Medical News

La dieta di tipo mediterraneo rimane la scelta migliore, anche quando di mezzo c’è la psoriasi. Lo conferma uno studio condotto in Francia su 3500 persone colpite da questa patologia. I pazienti sono stati divisi in tre gruppi: un primo gruppo si è discostato da questo tipo di alimentazione, il secondo l’ha seguita a metà e infine il terzo gruppo ha aderito a un regime alimentare di tipo mediterraneo, consumando frutta, verdura, cereali integrali, pesce, olio d’oliva e noci. Il risultato ha dimostrato che quanto più i pazienti aderivano ai dettami di un regime alimentare di tipo mediterraneo, tanto meno gravosa diventava la psoriasi.
Sebbene il rapporto tra i due elementi deve essere provate da ulteriori ricerche, è certo che la dieta mediterranea potrebbe avere effetti diretti e salutari sul sistema immunitario.

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Crollo degli accessi nei centri specialistici

Arriva l’estate e la psoriasi tende a ‘placarsi’ grazie al sole, ma il problema resta, più grave che mai. Sui quasi tre milioni di malati in Italia, una gran parte è costretta per tutto il resto dell’anno ad una estenuante ricerca di una terapia efficace, che si trasforma in un pellegrinaggio continuo tra medici di famiglia e dermatologi territoriali. Una ricerca che non passa mai per i centri di riferimento (ex Psocare), con il risultato di una delusione che tocca l’84% dei casi e un abbandono delle cure che arriva al 90% e la grave conseguenza che l’80% dei malati viene colpito anche da depressione. A scattare questa impietosa fotografia, basata su 5278 schede compilate dai pazienti e 2560 dai medici specialisti, è stata l’ADIPSO, l’Associazione per la Difesa degli Psoriasici, che ha presentato i risultati della propria indagine durante un convegno che si è concluso sabato a Roma. Le schede sono state raccolte dall’associazione lo scorso 29 ottobre durante l’Open Day del WPD (World Psoriasis Day), in 93 cliniche di riferimento regionali (ex Psocare) che hanno aperto le loro porte per fornire informazioni sulla malattia e svolgere visite e consulti gratuiti. “Dobbiamo fare qualcosa per questa delusione dei pazienti – ha commentato la presidente dell’ADIPSO Mara Maccarone -. Oggi ci sarebbero tutti i mezzi per curarsi, ma molti non ci riescono, e questo è enorme danno per il paziente e per la società. Le schede che abbiamo raccolto fotografano perfettamente la situazione generale, basti pensare che nei centri di riferimento in pochi anni siamo scesi da 12mila a 6mila pazienti, segno tangibile che qualcosa non va e non per colpa dei malati”.
“Un dato che fa molto riflettere – ha affermato la prof.ssa Ornella De Pità, dermatologa dell’ospedale Cristo Re di Roma – è che delle persone visitate o intervistate all’Open Day solo 102 erano state trattate da un centro di riferimento. Forse anche per questo hanno manifestato una forte delusione per le terapie ricevute. Inoltre la ricerca ha messo in luce una forte richiesta dei farmaci biotecnologici da parte dei pazienti, nonostante ci siano molte alternative prima di arrivare a questa risorsa”.
Il problema dell’abbandono della terapia, ha spiegato il prof. Nicola Balato, che dirige la dermatologia del Policlinico Federico II di Napoli, si risolve con una migliore comunicazione. “Il problema è di comunicazione. Dobbiamo impostare un percorso di istruzione del paziente per fare in modo che segua il più possibile le terapie che proponiamo, anche spiegandogli che magari la prima può non funzionare ma che in quel caso ci sono delle altre ‘armi’ che si possono usare”.
Una caratteristica dei pazienti emersa dalle schede è la presenza frequente di comorbidità, con le principali che sono risultate l’obesità (il 26% di chi aveva una malattia associata alla psoriasi) e la depressione (23%), oltre che il diabete (13%). “Questo è un problema per chi prende in carico il paziente – ha sottolineato il prof. Gianfranco Altomare, direttore del dipartimento di dermatologia dell’Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano – perché queste patologie fanno in modo che il paziente non possa usare certi farmaci”.

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Revisione studi, benefici dovuti a proprietà anti-infiammatorie

Già utilizzata per il trattamento della nausea, del dolore e delle infiammazioni, la cannabis potrebbe avere un futuro anche come farmaco contro problemi della pelle come psoriasi e dermatite. A confermarne l’efficacia, uno studio pubblicato sul Journal of American Academy of Dermatology.
I ricercatori della University of Colorado School of Medicine, guidati da Robert Dellavalle, hanno esaminato le prove esistenti di questa associazione in letteratura scientifica slovenska-lekaren.com. Il team ha osservato un legame tra l’iniezione con tetraidrocannabinolo (THC), il composto psicoattivo della cannabis, e una riduzione di malattie della pelle, tra cui la psoriasi, prurito, dermatite atopica e da contatto. Il ruolo positivo, concludono, deriverebbe dal fatto che l’infiammazione risponde positivamente alle note proprietà anti-infiammatorie della cannabis. Inoltre risultava ridotta anche la crescita del tumore nei topi con il melanoma, la forma più letale di tumore della pelle southafrica-ed.com. La maggior parte degli studi inclusi nella revisione hanno coinvolto modelli animali, mentre, sottolineano gli autori, studi clinici su larga scala per valutare la sicurezza e l’efficacia dell’uso topico di cannabinoidi per la cura di malattie della pelle negli esseri umani devono ancora essere condotti. Tuttavia, concludono i ricercatori, nel frattempo i soggetti che non rispondono ad altri farmaci potrebbero beneficiare dall’uso di derivati del THC.

News del giorno

Quali sono le modalità di trattamento della psoriasi mediante l’uso di farmaci biologici o terapia fisica ?
Medicalive Magazine ne ha parlato con la dottoressa Giovanna Malara (Dirigente medico di primo livello presso l’Unità Operativa di Dermatologia dell’Azienda Ospedaliera Papardo di Messina). La dott.ssa Malara si occupa in qualità di responsabile del settore di chirurgia dermatologica, di piccola chirurgia e di una nuova metodica non chirurgica, “Terapia Fotodinamica PDT” approccio innovativo per il trattamento selettivo di neoplasie cutanee non melanoma ed altre affezioni cutanee con modalità non invasiva.

Reumatologia

tropeaDott. Sebastiano Tropea, Reumatologo, specialista interno Rete Reumatologica ASP 7 Ragusa

Lo stress è un aspetto quotidiano della vita di tutti gli individui ed è tipicamente associato ad eventi negativi (come traumi, lutti) che possono inficiare la salute fisica e mentale.

E’ spesso definito come una minaccia o un pericolo, sia esso reale o implicito, all’omeostasi dell’organismo.

In questo senso, la risposta di stress viene spesso definita come l’insieme delle attivazioni fisiologiche e comportamentali messe in atto da un organismo per fronteggiare le sollecitazioni (stressor) che tendono a turbare l’equilibrio omeostatico. I cambiamenti che l’individuo deve mettere in atto per rispondere ad una situazione stressante, come ad esempio l’adeguamento a sollecitazioni ambientali è sostenuto da sistemi ad alto livello di integrazione la cui risposta adattativa, detta allostasi, si caratterizza per cambiamenti sistemici e comportamentali volti a sviluppare la migliore capacità omeostatica dell’individuo, aumentando le sue possibilità di sopravvivenza ). L’allostasi è generata dall’attività congiunta del Sistema Nervoso Centrale e Autonomo, dell’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene (HPA), del sistema simpatico-midollare del surrene e del sistema immunitario/proinfiammatorio e si avvale di mediatori chimici quali l’adrenalina, i glucocorticoidi (cortisolo), e le citochine (o interleuchine) che agiscono su recettori specifici localizzati in organi e apparati differenti L’allostasi è un processo atto a mantenere l’omeostasi ovvero “… il mantenimento della stabilità attraverso il cambiamento…”, che rende l’organismo vitale e funzionante, consentendo il rapido adattamento a condizioni ambientali mutevoli Il mantenimento della condizione di allostasi ha un costo; infatti quando la risposta allostatica perdura nel tempo, come avviene in condizioni di stress cronico, si può produrre il cosiddetto“carico allostatico”, caratterizzato da un’aumentata attività dei mediatori sulle loro cellule target che conduce a fenomeni di desensibilizzazione e danno tissutale.

Gli effetti del carico allostatico, nel lungo termine, possono essere dannosi per l’organismo e portare a drammatiche conseguenze per l’individuo, come varie patologie del sistema cardiovascolare (tra cui ipertensione arteriosa, infarto del miocardio e ictus cerebrale), respiratorio, immunitario e alterazioni metaboliche (ad es. diabete e obesità) si possono selezionare due fasi sensibili a malattie sistemiche infiammatorie croniche.

Una fase avviene prima comparsa della malattia (fase asintomatica in cui lo stress può essere un fattore stimolante), mentre l’altra fase inizia dopo l’insorgenza della malattia (fase sintomatica cui lo stress può essere un fattore modulante).per quanto riguarda la fase asintomatica, diversi studi hanno dimostrato che i fattori emozionali d’infanzia e le caratteristiche perinatali influenzano lo sviluppo di artrite reumatoide in età adulta. Gli autori di un recente studio hanno concluso che gli stress traumatici dell’infanzia aumentano la probabilità di ricovero in ospedale con diagnosi dopo decenni di malattia autoimmune in età adulta.

In pazienti con artrite reumatoide sono stati, riscontrati traumi emozionali infantili più frequenti rispetto ai controlli. Ulteriori studi sull’infanzia o un trauma adolescenziale sono segnalati per l’artrite idiopatica giovanile, la sclerosi multipla, sclerosi sistemica, e di altre malattie autoimmuni.

Anche la sfera psichica non è immune al carico allostatico: la prima conseguenza mentale del carico allostatico è la cosiddetta “sindrome da stress” che si caratterizza per la presenza di stati emotivi e di uscite comportamentali molto simili a quelle di tipico riscontro nella depressione atipica, con forte presenza di ansia, di solito riferita all’evento stressante ed identificabile chiaramente da chi ne soffre. Se l’evento stressante è vissuto come troppo forte, insostenibile ed incontrollabile, possono aver luogo delle vere e proprie sindromi psichiatriche, come il disturbo post-traumatico da stress

Per quanto riguarda la seconda fase di vulnerabilità dopo l’insorgenza della malattia infiammatoria cronica, alcuni studi a lungo termine hanno evidenziato che il maggiore stress può diminuire la gravità, ma la gran parte di studi clinici hanno mostrato che lo stress psicologico può aggravare la malattia. Questi risultati sono stati recentemente confermati in diverse indagini, tra il 2000 e il 2014. Tuttavia questi risultati sembrano essere in disaccordo con il ruolo immunosoppressivo di stress sostenuto nel corso dei decenni, tra il 1980 e il 2000. Negli ultimi anni, il paradigma immunosoppressione indotta da stress può essere modificato affermando che in condizioni di salute ,lo stress integrale di basso livello acuto è accompagnato da un aumento della funzione immunitaria, mentre un elevato periodo di stress integrale è legato alla immunosoppressione

Questa ipotesi trova il suo razionale negli effetti negativi sulla formazione di nuovi neuroni e sul trofismo dendritico indotti dall’incremento plasmatico dei livelli di cortisolo e di alcune interleuchine pro-infiammatorie che si ritrovano tipicamente aumentati nello stress cronico e anche nella depressione e nel disturbo post-traumatico da stress

Lo stress cronico, ovviamente, non può essere indipendente da cause multifattoriali , sia ambientali che genetiche, che provocano una maggiore o una minore vulnerabilità allo sviluppo di patologie correlate allo stress. L’avvento della “endofenotipia” ha inoltre introdotto un nuovo aspetto della risposta allo stress: le differenze genetiche multifattoriali individuali possono giocare un ruolo cruciale nel rendere i soggetti più o meno vulnerabili nei confronti degli effetti negativi dei mediatori chimici dello stress. Recentemente è stata posta grande attenzione verso alcuni polimorfismi genetici associati al funzionamento del sistema serotoninergico, alla espressione dei recettori del cortisolo e ad alcuni fattori di crescita neuronale, come il BDNF.

Lo Stress attiva l’infiammazione attraverso la stimolazione di NF-kB, l’induzione della disfunzione endoteliale, l’accelerato invecchiamento delle cellule, accensione della ridistribuzione delle cellule del corpo e la stimolazione beta adrenergica della mielopoiesi, l’attivazione di assi di stress omeostatici i come il sistema nervoso simpatico, attivazione degli assi dello stress omeostatico assi e disturbi del sonno.(aumento delle citochine), e l’aumento in iperalgesia con possibile aumento di segnale della sostanza P pro infiammatoria. Da quanto esposto si evince certo un denominatore comune che merita ulteriori approfondimenti per la sua comprensione e per le conseguenti scelte terapeutiche

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