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Nei primi migliora la sopravvivenza, nei secondi riduce massa tumorale

La combinazione di due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab, è efficace nel trattamento del carcinoma renale avanzato o metastatico in prima linea, ovvero in pazienti non trattati precedentemente. Gli importanti risultati sono evidenziati nello studio di fase III CheckMa214 che è stato interrotto anticipatamente. Lo studio, presentato al congresso europeo di oncologia Esmo 2017, ha infatti dimostrato che la combinazione di nivolumab e ipilimumab ha determinato una sopravvivenza globale superiore rispetto alla terapia standard, in pazienti a rischio intermedio e sfavorevole. Sulla base di tali risultati, un Data Monitoring Committee ha raccomandato l’interruzione anticipata dello studio. “È la prima volta nella storia degli studi effettuati in questa combinazione che viene interrotto in anticipo uno studio sul tumore del rene, proprio per l’enorme impatto dei risultati raggiunti grazie a questa combinazione – afferma il prof. Giacomo Cartenì, Direttore dell’Oncologia Medica dell’Ospedale Cardarelli di Napoli -. Nel 2016, in Italia sono state stimate 11.400 nuove diagnosi di tumore del rene. Un terzo dei pazienti arriva alla diagnosi in stadio avanzato metastatico e in un terzo la malattia si sviluppa nella forma metastatica dopo l’intervento chirurgico. Quindi solo il 30% dei casi guarisce grazie alla sola chirurgia. La disponibilità della combinazione di nivolumab e ipilimumab per il trattamento in prima linea della malattia metastatica potrebbe rappresentare dunque un notevole passo avanti”.

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Studio italiano anche su malati anziani e in fase avanzata

Risultati incoraggianti dell’immunoterapia contro il tumore del rene, con un’efficacia anche nei casi piu’ complessi: a 9 mesi e’ infatti vivo il 77% dei malati trattati con la molecola immunoterapica nivolumab. Lo dimostra una sperimentazione condotta in Italia su 389 cittadini da 94 centri, i cui risultati sono stati presentati al congresso della Societa Americana di oncologia clinica (Asco). I dati si riferiscono a pazienti ‘reali’: includono gli anziani e le persone più difficili da trattare, in fasi più avanzate, con metastasi ossee o cerebrali, di solito non considerati negli studi clinici. Si ‘allargano’ così le possibilità di utilizzo dell’immunoncologia. Il nivolumab, nuova molecola immunoncologica, si e dunque dimostrato efficace anche in pazienti con tumore del rene non “selezionati”, anziani e con metastasi ossee o cerebrali. “Siamo di fronte alla più importante esperienza al mondo nell’uso di nivolumab nella pratica clinica – spiega Ugo De Giorgi, Responsabile dell’Oncologia Urologica e Ginecologica all’IRST IRCCS Istituto tumori della Romagna di Meldola -. Abbiamo coinvolto malati poco o per nulla rappresentati nello studio clinico registrativo del nivolumab, come gli anziani e le persone in fasi molto avanzate.
L’uso di nivolumab nel trattamento anche di queste persone particolarmente fragili ha confermato i dati di efficacia, sicurezza e tollerabilità che hanno portato alla registrazione del farmaco. Anche le percentuali preliminari sulla sopravvivenza sono sovrapponibili. Si tratta di risultati molto importanti. Quindi lo studio ‘allarga’ l’uso di nivolumab a malati da sempre considerati più difficili da trattare”. Nel 2016 nel nostro Paese sono state stimate 11.400 nuove diagnosi di tumore del rene. L’approvazione europea si è basata sui risultati dello studio registrativo di fase III CheckMate-025 . quindi in condizioni molto più avanzate di malattia si sono dimostrate un’efficacia e una tollerabilità equivalenti. È la dimostrazione che l’immuno-oncologia consente di ottenere risultati importanti anche in pazienti con fattori prognostici sfavorevoli e caratteristiche cliniche più complesse.

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Grazie a nuovi farmaci che eradicano virus usati dopo intervento

Anche i reni di donatori con epatite C, attentamente selezionati, potrebbero essere usati per i trapianti, accorciando le liste d’attesa. Lo affermano i risultati di un piccolo test dell’università della Pennsylvania pubblicati dal New England Journal of Medicine, nel quale la malattia è stata poi curata nei riceventi con i nuovi ‘superfarmaci’.
Ogni anno solo negli Usa, scrivono gli autori, almeno 500 reni in ottime condizioni sono scartati perchè il donatore ha l’epatite C. Per verificare la possibilità di utilizzarli i ricercatori hanno selezionato dieci persone in dialisi da almeno un anno e mezzo, di età compresa tra 45 e 60 anni, a cui sono stati assegnati reni provenienti da donatori cadavere infetti con il genotipo 1 del virus dell’epatite C.
Subito dopo il trapianto i pazienti hanno iniziato una terapia di 12 settimane con uno dei nuovi farmaci per l’epatite C, e il virus è risultato eradicato in tutti. “Abbiamo iniziato la sperimentazione con la speranza che, in caso di successo, avremmo potuto aprire un interno nuovo pool di organi e trapiantare centinaia, se non migliaia, di pazienti in più – spiega Davis S. Goldberg, uno degli autori -. Storicamente i reni infetti da epatite C vengono scartati, ma il nostro esperimento pilota dimostra la possibilità di curare il virus dopo il trapianto”.

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Tecnica utilizzata per la prima volta al mondo

Un rene ectopico pelvico, anomalia congenita che porta a dolore cronico e infezioni, ma comunque ben funzionante, è stato trapiantato su un paziente di 51 anni in dialisi. Gli interventi sono stati effettuati alle Molinette di Torino per la prima volta al mondo con la chirurgia robotica, fondamentale per la posizione anomala del rene, a stretto contatto con l’utero e con una vascolarizzazione complessa. “Due situazioni di sofferenza e di calvario – sottolinea l’ospedale – sono state trasformate in lieto fine”.
Il rene, ben funzionante ma destinato allo scarto, è stato trapiantato anche grazie alla volontà della donatrice, che con questo gesto generoso voleva dare un senso alle sue precedenti sofferenze. La nefrectomia con tecnica robotica è stata eseguita dal professor Paolo Gontero, direttore dell’Urologia universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, insieme al dottor Alessandro Greco e dagli anestesisti Alessandra Davi ed Elisabetta Cerutti.
“La chirurgia robotica – spiega Gontero – è stata fondamentale in questa particolare situazione. L’aiuto del robot ha permesso l’accuratezza chirurgica necessaria in un intervento così delicato”. “Si è trattato di un rene con una complesità di arterie mai presentata prima d’ora per un trapianto nella trentennale tradizione della Chirurgia Vascolare ospedaliera delle Molinette”, aggiunge il dottor Maurizio Merlo, direttore della Chirurgia Vascolare ospedaliera delle Molinette, che ha eseguito la ricostruzione vascolare del rene ed effettuato la fase vascolare del trapianto con gli anestesisti Antonella Marzullo e Luisella Panealbo.
Il trapianto, informano i sanitari delle Molinette, è tecnicamente riuscito e il paziente che ha ricevuto il rene è stato sganciato dalla dialisi. Ricoverato presso la terapia semi-intensiva della Nefrologia universitaria, è seguito dall’equipe del professor Luigi Biancone e le sue condizioni sono in costante miglioramento.

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Alle Molinette di Torino primo intervento del genere

Per la prima volta al mondo alle Molinette della Città della Salute di Torino è stato trapiantato un rene al posto della milza. La tecnica, innovativa e rivoluzionaria, è stata utilizzata su una bimba di 6 anni in dialisi dalla nascita per una rara anomalia dello sviluppo del rene, associata a una malformazione dei vasi sanguigni e addominali, che le impediva di bere e di urinare. L’asportazione della milza ha permesso l’impianto del rene, altrimenti impossibile, sui vasi splenici della stessa milza.
La bimba è stata trapiantata nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, rende noto oggi la Città della Salute di Torino, e ora sta bene. Ha ripreso ad urinare e a bere dopo sei anni di anuria e di divieto assoluto di bere. Ricoverata in terapia intensiva, nel reparto trapianti di fegato delle Molinette, verrà a breve trasferita nel Centro trapianti renale del Regina Margherita.
Il trapianto è l’esempio della collaborazione di numerosi professionisti del trapianto.

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In Italia 11.400 nuove diagnosi l’anno, funziona immunoterapia

Il sovrappeso causa il 25% dei casi di tumore al rene: ogni anno, sono 11.400 le nuove diagnosi di carcinoma renale in Italia ed un quarto si presenta in stadio avanzato, con limitate possibilità di trattamento, fino a oggi.
    L’immunoncologia, che punta a risvegliare il sistema immunitario per combattere il cancro, può infatti cronicizzare la malattia e migliorare la qualità di vita. A puntare i riflettori su questa neoplasia è il convegno internazionale sulle neoplasie genito-urinarie che si apre oggi ad Arezzo, centro di riferimento internazionale per il trattamento di tale neoplasia.
    “Stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione degli scenari terapeutici – spiega Sergio Bracarda, presidente del Congresso e Direttore dell’Oncologia Medica di Arezzo e del Dipartimento Oncologico dell’Azienda USL Toscana SUDEST -. Si stanno evidenziando risultati importanti nell’ambito delle neoplasie urologiche ad opera di farmaci immunoterapici. In particolare nel tumore del rene l’immunoncologia sta cambiando lo standard di cura: grazie a nuove molecole, come nivolumab, oggi è possibile rendere cronica la malattia”. Sono diversi i fattori di rischio associati all’insorgenza di questa neoplasia: il fumo, l’ipertensione arteriosa e l’esposizione occupazionale a cancerogeni chimici. Un ruolo particolare può essere però attribuito al sovrappeso, a cui va ricondotto il 25% delle diagnosi. Un dato preoccupante se consideriamo che il 45% degli italiani over18 è in eccesso di peso. E’ stato stimato un incremento del rischio pari al 24% negli uomini e al 34% nelle donne per ogni aumento di 5 punti dell’indice di massa corporea.
    Per questo, afferma Bracarda, “è importante promuovere campagne di sensibilizzazione per informare i cittadini”. “È essenziale che anche in Italia le terapie realmente innovative siano rese disponibili in tempi brevi per i pazienti – conclude Giancarlo Sassoli, Presidente Comitato autonomo per la lotta contro i tumori -. I vantaggi in termini di sopravvivenza e qualità di vita possono avere un impatto decisivo anche per il reinserimento sociale e lavorativo”.

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Trapianto su paziente di 53 anni, nuova possibile fonte di organi

Un rene proveniente da un donatore di 83 anni, che di norma sarebbe stato trapiantato con molte difficoltà, è stato ‘ringiovanito’ dagli esperti del Policlinico di Milano con speciali macchine, ed è stato reso adatto a un paziente di 53 anni. L’intervento è avvenuto lo scorso luglio, ma è stato annunciato oggi.

Il paziente trapiantato si chiama Paolo, e ha una grave malattia ereditaria (la policistosi renale) che ha trasformato i suoi reni in un ammasso di cisti. Da due anni era costretto alla dialisi, ed era in lista per un rene nuovo. A luglio si è presentata l’opportunità di un donatore, ma il problema era proprio l’età avanzata: reni di una persona con più di 75-80 anni sono considerati ‘marginali’, e hanno possibilità ridotte di funzionare al meglio dopo il trapianto. “Dopo attente valutazioni – spiega Mariano Ferraresso, direttore dell’Unità Operativa di Trapianto di Rene al Policlinico di Milano – abbiamo preso la decisione di ricondizionare questi reni, utilizzando una speciale macchina per la perfusione”. Questa macchina permette di eliminare dall’organo prelevato per il trapianto tutte le scorie che si accumulano nel corso degli anni e durante la morte del donatore; in questo modo è possibile ringiovanirlo, e renderlo quindi più adatto all’intervento.

Con questa tecnica, sottolineano gli esperti, è possibile “recuperare organi che altrimenti non potevano essere trapiantati, e quindi se ne aumenta la disponibilità per tutti quei pazienti in lista d’attesa per un rene nuovo”. L’intervento è perfettamente riuscito. Oggi Paolo sta bene, ed è già stato dimesso: è tornato a vivere una vita normale, ma soprattutto senza dialisi.

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Domenico Di LandroCATANIA – Il prossimo 12 marzo, Giornata mondiale del rene, l’Azienda ospedaliera Cannizzaro di Catania parteciperà all’iniziativa “Porte aperte in nefrologia”, promossa da Sin (Società Italiana di Nefrologia) e Fir (Fondazione Italiana Rene).
La divisione di Nefrologia, Dialisi e Trapianto del Cannizzaro, diretta dal prof. Domenico Di Landro (tra l’altro componente del Consiglio direttivo della Sin), dalle ore 8.30 alle 17.30 di giovedì 12, aprirà le porte del reparto, al settimo piano dell’edificio F2, dando ai pazienti la possibilità di sottoporsi gratuitamente a visite nefrologiche ed esami di base, come quello alle urine; eventuali approfondimenti saranno quindi stabiliti dai medici nefrologi dell’Unità Operativa. Negli stessi orari, al piano terra dell’F2 (accanto alla reception), sarà attivo un banchetto con materiale informativo sulle patologie renali.
Gli specialisti raccomandano l’importanza di sottoporsi a visite e controlli, perché non è facile accorgersi quando si ammalano i reni, deputati a un lavoro tanto fondamentale quanto silenzioso: identificare una malattia renale in fase precoce è sempre utile per prevenirne l’evoluzione e le complicanze.

10 Marzo 2015