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È di una tartaruga marina, aiuterà a studiare il virus che la minaccia

La prima pelle di rettile ricostruita in laboratorio appartiene alla tartaruga verde, una tartaruga marina a rischio di estinzione: lo scopo è studiare un virus che la minaccia e cercare una cura. La pelle sintetica, descritta sul Journal of Virology, è stata ottenuta dal gruppo di ricerca internazionale coordinato dal Servizio Geologico degli Stati Uniti (Usgs). Dopo averla ottenuta, i ricercatori vi hanno fatto crescere il virus chiamato ChHV5 che in natura causa grossi tumori alle tartarughe di tutto il mondo. I risultati potrebbero aiutare a comprendere meglio anche virus simili che attaccano l’uomo. 
Il virus ChHV5 è molto aggressivo: causa grossi tumori che attaccano soprattutto pelle, occhi e bocca delle tartarughe, ma anche gli organi interni e il sistema immunitario, portando ad altre infezioni e spesso alla morte. È diffuso in tutto il mondo, ma è particolarmente presente alle Hawaii, in Florida e in Brasile.
Anche se l’esistenza del virus è nota da più di vent’anni, l’impossibilità a farlo crescere in laboratorio ha impedito di capire in che modo provoca i tumori e ha ostacolato lo sviluppo di una semplice analisi del sangue per individuarlo. I ricercatori, guidati da Thierry Work, hanno usato cellule della pelle di tartarughe verdi sane e infette, per ricostruire la complessa struttura tridimensionale della pelle di questi rettili e per poi farci crescere sopra il virus. In questo modo, hanno avuto l’opportunità di osservarne da vicino la crescita e la replicazione con una precisione senza precedenti. 

Lo studio ha fatto fare un grosso passo avanti nella lotta a questa malattia virale, che minaccia specie già in grosso pericolo di estinzione. Infatti, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn), considera a rischio quasi tutte le specie di tartarughe marine, a causa della perdita degli habitat in cui depongono le uova, la distruzione dei nidi e la cattura accidentale da parte dei pescatori.

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Ereditate da antenato comune,era un rettile

I capelli e i peli dei mammiferi, le piume degli uccelli e le squame dei rettili, pur se di forme diverse, appartengono alla stessa ‘famiglia’. Sono state infatti ereditate da un antenato comune, probabilmente un rettile. Lo dimostra lo studio coordinato da Nicolas Di-Poi e Michel Milinkovitch, dell’università di Ginevra, pubblicato sulla rivista Science Advance.
I ricercatori lo hanno scoperto studiando lo sviluppo embrionale di queste tre classi di animali. Ci sarebbero infatti dei segni distintivi, molto piccoli, a livello anatomico e molecolare, identici tra capelli, piume e squame nei primi stadi dello sviluppo embrionale. I peli dei mammiferi e le piume degli uccelli si sono sviluppati a partire da una struttura primordiale simile, chiamata placode: un ispessimento dell’epidermide con cellule della colonna.
E’ una conclusione che contraddice studi condotti in passato e basata sull’osservazione delle caratteristiche della pelle durante lo sviluppo embrionale di coccodrilli, serpenti e lucertole. I dati, rileva Milinkovitch, indicano che “questi tre tipi di ‘appendici’ cutanee hanno tutte avuto origine da un antenato comune tra i rettili”. 
I ricercatori hanno studiato anche il drago barbuto, una specie di lucertola presente in tre varianti: normale, di taglia ridotta per via di una mutazione genetica naturale, e priva di squame con due copie della stessa mutazione. Mettendo a confronto il Dna di queste specie, gli studiosi hanno identificato il gene coinvolto, le cui mutazioni nell’uomo e nei topi portano ad anomalie nello sviluppo di denti, unghie, ghiandole e capelli. Quando il gene funziona male nelle lucertole, anche loro non sviluppano i progenitori delle squame in modo corretto.

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Svela l’esplosione della vita dopo la grande estinzione

Ritrovato in Cina il fossile di un bizzarro rettile marino preistorico, vissuto 250 milioni di anni fa: lungo 160 centimetri, aveva una lunga e potente coda come propulsore, zampe trasformate in pagaie, una testa piccolissima e una bocca a becco priva di denti con cui probabilmente risucchiava il cibo. Il suo aspetto aberrante, come lo definiscono gli stessi paleontologi, racconta l’incredibile esplosione di vita che ha seguito la grande estinzione di massa del Permiano-Triassico, sconfessando di fatto la concezione darwiniana dell’evoluzione intesa come un processo lento e progressivo fatto di piccoli cambiamenti.



La scoperta, preziosa per capire come avviene il recupero di un ecosistema distrutto, è pubblicata su Scientific Reports da un gruppo internazionale di ricerca guidato da Da-Yong Jiang dell’Università di Pechino, a cui ha partecipato anche il paleontologo Andrea Tintori dell’Università Statale di Milano.



”Questa nuova specie, chiamata Sclerocormus parviceps, conferma come la conquista dell’ambiente marino da parte dei rettili sia avvenuta solo 3-4 milioni di anni dopo la grande crisi biologica e in tempi molto più brevi rispetto a quelli ipotizzati finora”, spiega Tintori. In casi di emergenza, dunque, l’evoluzione può mettere il ‘turbo’ dando vita a specie insolite come Sclerocormus, che per le sue bizzarre caratteristiche fisiche viene considerato dagli esperti come la ‘pecora nera’ degli ittiosauri, rettili marini dall’aspetto simile ai delfini che vivevano ai tempi dei primi dinosauri.



”La scoperta di una nuova specie, soprattutto quando molto particolare, genera sempre più domande che risposte”, afferma Tintori. ”Sclerocormus era verosimilmente un buon nuotatore e, anche grazie alle sue dimensioni, poteva forse allontanarsi dalla costa più degli altri rettili. Cosa cacciasse è molto difficile da ipotizzare: certamente con un cranio così piccolo e senza denti non poteva essere un vero predatore all’apice della catena alimentare”.