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Composizione diversa tra pazienti, persone a rischio e sane

Verso un test della saliva per diagnosticare l’Alzheimer precocemente o anche solo il rischio di ammalarsi in futuro: è la suggestiva possibilità offerta da uno studio pilota che dimostra come nella saliva dei pazienti e delle persone più a rischio di demenza siano presenti alcune particolari molecole che sono invece assenti o comunque in quantità inferiore nella saliva di soggetti sani di controllo.
La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Alzheimer’s Disease e condotta presso il Beaumont Research Institute, part of Beaumont Health nel Michigan, coinvolgendo per ora solo un piccolo campione di 29 individui. Gli esperti hanno passato al setaccio con moderne tecniche molecolari tutte le sostanze contenute nella saliva e visto che – per quanto ognuno di noi abbia una sua propria saliva diversa dagli altri al pari delle impronte digitali – in quella dei malati di Alzheimer si può riconoscere la presenza costante di certe sostanze come pure l’assenza costante di altre.
Le differenze osservate sono tali da aver permesso ai ricercatori di predire nel campione le persone più a rischio di sviluppare l’Alzheimer distinguendole dai soggetti sani di controllo. Se un simile test venisse convalidato da ulteriori studi su un campione più ampio di individui, in futuro, si potrebbe disporre di un metodo rapido ed economico di fare diagnosi precoce e calcolo del rischio di malattia e magari – qualora si rendessero disponibili – iniziare precocemente delle terapie per bloccare la malattia sul nascere.

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Scoperta italiana; 250mila malati e trend in crescita nel Paese

Un semplice esame della saliva permetterà di diagnosticare ed anche valutare quale evoluzione avrà in un paziente la malattia di Parkinson. La scoperta, frutto dei ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma guidati dal neurologo Alfredo Berardelli ed appena pubblicata sulla rivista PLOSone, è stata al centro del II congresso della Accademia Italiana LIMPE-DISMOV per lo studio della malattia di Parkinson e dei Disturbi del Movimento, punto di riferimento per queste patologie nel nostro Paese, conclusosi a Bari. Si tratta di una scoperta, spiega Berardelli, ”che sarà molto utile nella diagnosi e nella pratica clinica per valutare l’andamento nel tempo della malattia, e ciò permetterà di stabilire le strategie terapeutiche migliori per ogni singolo paziente”. I ricercatori hanno infatti evidenziato che nella saliva dei pazienti con Parkinson cala l’alfa-sinucleina, una proteina assai abbondante nel sistema nervoso, oltre che in altri organi. Normalmente l’alfa-sinucleina contribuisce al rilascio dei neurotrasmettitori fra le terminazioni nervose, favorendo lo scambio d’informazioni, e aiuta la trasmissione del neurotrasmettitore dopamina, cruciale nel controllo dei movimenti e carente proprio nel Parkinson. Misurare le concentrazioni di tale proteina e delle sue componenti direttamente nella saliva, spiega l’esperto, presidente dell’Accademia, ”rappresenta un grosso passo avanti rispetto alle complesse misurazioni di scarsa maneggevolezza effettuate finora nel liquor tramite puntura lombare, che è invasiva, dolorosa e scarsamente ripetibile. Da tempo la comunità scientifica è alla ricerca di un biomarker capace di aiutare il medico nella diagnosi e nella valutazione dell’evolvere della malattia: ora abbiamo dimostrato che, rispetto a soggetti sani di pari età, nei pazienti Parkinson si riduce l’alfa-sinucleina e ciò è rilevabile direttamente nella saliva, e tale parametro si correla proporzionalmente alla gravità del quadro motorio”.


La saliva rappresenterà dunque un marker più semplice e meno invasivo rispetto all’analisi del liquor tramite puntura lombare, ma i risultati, precisa Berardelli, ”andranno ovviamente confermati da altri studi”. Altro grande avanzamento sul fronte della terapia, ricordano gli specialisti, è la Stimolazione cerebrale profonda (Dbs) che, introdotta negli anni ’80, ha rivoluzionato il trattamento della malattia tramite microimpulsi elettrici che riattivano i neuroni riportandoli alla condizione che avevano quando erano ancora sensibili.



Attualmente sono 250mila gli italiani affetti da questa malattia, e con 6mila nuovi casi l’anno, l’incidenza del morbo è destinata a raddoppiare in 15 anni. Colpiti sopratutto gli anziani, ma 1 persona su 5 manifesta sintomi prima dei 50 anni.



Non solo Parkinson: gli esperti hanno anche fatto il punto sulle distonie, ovvero quei disturbi del movimento caratterizzati da lenti movimenti ripetitivi, posture anomale e tremori muscolari incontrollabili, di cui soffrono 40.000 italiani e per i quali la mancanza di test diagnostici e marcatori biologici provoca grave ritardo nella diagnosi con punte di 34 anni. Per questo, l’Accademia ha istituito il primo Registro Italiano per le Distonie dell’Adulto, che disegnerà la reale situazione della malattia nel nostro Paese.

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Presto le carie potrebbe diventare uno sgradevole ricordo. Dall’Olanda arriva una nuova tecnologia odontoiatrica che potrebbe rivoluzionarie le cure dentistiche.

Gli scienziati olandesi hanno utilizzato una stampante in 3D per ottenere denti che non solo possono rimpiazzare quelli veri ma che sono in grado di combattere le carie  grazie a un particolare materiale antibatterico.

A costruire il prototipo e descriverlo sul New Scientist sono i ricercatori dell’università olandese di Groningen.

I ricercatori hanno aggiunto alla resina per le protesi dentarie un sale di ammonio quaternario, sostanza in grado di distruggere la membrana cellulare dei batteri che però è innocua per l’uomo. Per testare il materiale i denti sono stati tenuti a contatto per sei giorni con una soluzione di saliva e streptococco mutans, il batterio che causa la carie.

“Il materiale ha ucciso il 99% dei batteri, mentre nel gruppo di controllo, formato da denti con la semplice resina, il tasso è stato di appena l’1%. Il prototipo è quasi pronto per la sperimentazione clinica, ma prima dovremo fare test per periodi più lunghi e verificare la compatibilità con i dentifrici”.