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Grande attesa per il Congresso Artemisia Catania in cui si discuterà della gestione terapeutico-farmacologica del paziente durante il periodo pandemico da Covid 19. Una situazione che ha messo ancora più in risalto la figura del MMG, che si è trovato a fronteggiare in prima persona patologie di interesse specialistico e a svolgere incombenze certificative e informatiche normalmente ad appannaggio delle strutture sanitarie pubbliche.
Il Congresso Artemisia, l’Accademia del Sapere Medico, di cui è presidente il dott. Marcello Scifo che abbiamo intervistato, è organizzato da AV Eventi e Formazione e si svolgerà il 5 e 6 Novembre 2021 al Four Point Sheraton Hotel di Catania.
La competenza polispecialistica e la conoscenza dei principi attivi ha permesso di svolgere con appropriatezza lo spazio prescrittivo concesso dalle normative, personalizzato sul paziente, in base alla sua anamnesi e le sue comorbidità.
Il corso di alta formazione scientifica, giunto alla quarta edizione, mette nella condizione di avere un quadro complessivo degli schemi terapeutici utilizzati per paziente con infezione da Coronavirus fino alle patologie cardio-metaboliche e respiratorie più diffuse tra la popolazione. Ancora una volta la puntuale e precisa integrazione con le figure specialistiche di riferimento permette di ottenere il ”Gold Standard” nella gestione del paziente. Il rapporto intimistico che il Medico di Famiglia intrattiene con i suoi pazienti di entrambi i sessi fa si che il trattamento delle patologie uro-ginecologiche sia un punto cardine fondamentale della sua attività professionale. Per completare l’excursus di questo 4° Congresso Artemisia verrà discussa l’importanza delle varie terapie per le dislipidemie con utilizzo dell’ezetimibe da solo o in associazione con le statine, nonchè le possibili alternative nutraceutiche nei pazienti intolleranti. Questo evento rappresenta quindi, una preziosa occasione per ampliare e aggiornare il bagaglio professionale del medico di famiglia, che costituisce a tutti gli effetti un ”polispecialista”, punto di riferimento per il paziente.
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Sanità: 300 indicatori per valutare le performance

Dai tempi di attesa al pronto soccorso, alla durata dei ricoveri, alla capacità di prendere in carico i pazienti con patologie croniche, senza ricorrere all’ospedalizzazione, ai vaccini, agli screening oncologici: sono 300 gli indicatori che valutano le performance riferite al 2019 per i sistemi sanitari di otto regioni italiane e di due province autonome. I risultati variano da un sistema sanitario regionale e provinciale all’altro, ma di fondo confermano un dato comune: la capacità di accettare nuove sfide di carattere clinico e organizzativo. I dati più rilevanti sono stati illustrati oggi durante un evento online organizzato dal Laboratorio MeS – Management e Sanità dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, a cui hanno partecipato anche il ministro della Salute Roberto Speranza, il dott. Domenico Mantoan e la rettrice Sabina Nuti. Conoscere la situazione precedente rispetto alla pandemia da Covid-19 è fondamentale per rilanciare subito il sistema sanitario italiano: è l’obiettivo che ha guidato negli ultimi mesi il lavoro del “Network delle Regioni” – la collaborazione promossa dal 2007 dal Laboratorio MeS Management e Sanità dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – che include otto regioni italiane (Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto) e le due province autonome di Trento e di Bolzano.

L’adesione al Network avviene su base volontaria

I risultati 2019 del Sistema di valutazione della performance dei rispettivi sistemi sanitari regionali sono stati presentati oggi, durante un evento online, alla presenza del ministro della Salute, Roberto Speranza, di Domenico Mantoan (commissario dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), direttore generale della Sanità della Regione Veneto e presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia italiana del farmaco) e di Sabina Nuti, rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Dalle Regioni e dalle Province Autonome che aderiscono al Network è arrivato un segnale forte: nonostante l’emergenza sanitaria, è deciso il rilancio sulla scommessa della responsabilità (accountability) e della valutazione dei servizi, per affrontare le proprie criticità e valorizzare le migliori pratiche organizzative.

La fotografia offerta dai circa 300 indicatori del Sistema di valutazione rappresenta il punto di partenza per individuare gli investimenti organizzativi più appropriati per rilanciare il sistema sanitario italiano. I risultati del 2019 confermano che le regioni del Network sono sistemi, per quanto complessi, in movimento e in miglioramento. Sono stati numerosi gli ambiti di analisi e i temi di interesse riferiti alla valutazione del 2019 e venuti alla ribalta, con forza, durante l’emergenza da Covid-19. Anzitutto la prevenzione, dove le analisi confermano le buone coperture per gli screening oncologici e il trend di miglioramento per le vaccinazioni, anche se è necessario uno sforzo ulteriore. Per questo motivo è necessario che i servizi regionali si impegnino a rilanciare subito l’attività, interrottasi quasi ovunque durante il lockdown.

I risultati 2019 mostrano anche come i sistemi regionali siano sempre più capaci di prendere in carico sul territorio, senza dover ricorrere all’ospedale, i malati meno gravi e, in particolare modo, quelli cronici

Quando si può focalizzare sui casi cosiddetti “acuti” e sull’alta complessità, l’offerta ospedaliera migliora, sia nella gestione dei percorsi interni, sia nella capacità delle strutture di essere nodi di percorsi assistenziali trasversali, come quello oncologico, per portare un esempio. Per citare altri due casi concreti: si riduce la durata delle degenze e diminuiscono coloro che si dimettono in maniera volontaria dall’ospedale. Questo è infatti un evidente segnale di scarsa soddisfazione rispetto al servizio ricevuto.

Il pronto soccorso rappresenta per tanti versi la “cartina di tornasole” del buon funzionamento del sistema: sembra essersi, almeno in parte, arrestata la dilatazione dei tempi di attesa che aveva caratterizzato le valutazioni degli scorsi anni, per quanto le differenze regionali restino marcate. La percentuale di accessi al pronto soccorso con codice giallo visitati entro 30 minuti varia dal 48 per cento delle Marche al 93 per cento della provincia autonoma di Trento.

Appropriatezza resta una parola chiave e se, per la prescrizione di farmaci, i segnali sono incoraggianti, per Tac e risonanze magnetiche occorre ancora impegnarsi per evitare esami inutili. In alcune regioni i risultati comunque sono visibili: in Veneto, ad esempio, l’8 per cento dei pazienti ripeteva una risonanza magnetica entro l’anno, nel 2017; questa proporzione passa al 6.8 per cento del 2018 al 5.9 per cento del 2019.

I primi e ancora provvisori confronti sulla capacità di risposta dei sistemi sanitari alla crisi sanitaria suggeriscono come i diversi sistemi regionali abbiano saputo dare prove diverse di resistenza e di resilienza di fronte all’emergenza sanitaria

La presentazione ha anche offerto l’opportunità per presentare e per riflettere su esperienze assai innovative di coinvolgimento(engagement) con i pazienti e con la popolazione per la gestione e il miglioramento della qualità assistenziale, di analisi sperimentali sulle scelte decisionali dei professionisti, sul confronto tra modelli organizzativi e sulle relative performance.

“Il lavoro del Laboratorio MeS Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna è prezioso – dichiara il ministro Roberto Speranza – così come l’impegno in questo senso delle regioni del Network Più prezioso ancora, e ancora più decisivo in questa fase in cui c’è l’occasione irripetibile di immaginare una politica economica espansiva che metta al centro il tema della salute: dobbiamo avere la capacità di misurare le performance, le reazioni dei pazienti, delle famiglie, lo stato dell’arte anche delle azioni legislative e amministrative che si mettono in campo ai vari livelli. Il lavoro fatto negli ultimi anni ha segnato passi avanti rispetto alla capacità di costituire un sistema di valutazione adeguato e proprio la valutazione è l’elemento fondamentale per costruire politiche più adeguate”.

“Ringrazio il Laboratorio MeS Management e Sanità e la Scuola Sant’Anna – aggiunge il ministro Roberto Speranza – per il lavoro avviato da tempo e per questa discussione, che va inserita nel contesto di un paese che ha adesso bisogno di un grande ‘patto salute’, in cui tutti i soggetti in campo condividano strategie e strumenti per realizzarlo. Il lavoro sui sistemi di valutazione delle performance è esattamente uno dei pezzi di un puzzle che dovremo costruire”.

“I risultati della valutazione per il 2019 – commenta Milena Vainieri, responsabile del Laboratorio Management e Sanità – mostrano come il sistema sanitario nazionale, nelle sue declinazioni regionali, sia sempre più capace di rispondere in modo efficace ed efficiente alle sfide alle quali i paesi sviluppati sono stati chiamati nell’ultimo decennio. Il Covid-19 ha rappresentato di certo una cesura storica, ha cambiato le carte in tavola, chiamando il Sistema sanitario nazionale prima a rispondere a una situazione pandemica senza precedenti, almeno nel recente passato, quindi a fare un ulteriore sforzo per riattivare in sicurezza e in tempi rapidissimi i servizi, per rispondere ai bisogni rimasti inespressi o insoddisfatti durante i mesi del lockdown”.

“In questo senso – commenta Federico Vola, ricercatore del Laboratorio MeS e coordinatore del Network delle Regioni – la valutazione della performance può dare un importante contributo, sia per valorizzare quelle strutture e quei professionisti che hanno saputo reagire con prontezza all’emergenza, sia per ridisegnare i servizi e per rilanciare la nostra offerta. Ancora una volta ribadiamo l’impegno della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa nel supportare quelle Regioni che vogliano accogliere la sfida di aderire, su base volontaria, lo ricordo, al Network, per confrontarsi su evidenze solide e tempestive e rispondere così – conclude Federico Vola – con velocità e in modo efficace alle sfide sanitarie che ci siamo trovati e che ancora ci troveremo davanti”.

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Una impetuosa transizione di genere attraversa la sanità italiana con un impatto non inferiore a quella demografica ed epidemiologica. Oggi la sanità è donna, grazie ad una crescita, numerica e professionale, costante al punto da divenire già maggioranza tra i nuovi medici.
Questo fenomeno – commenta il segretario nazionale Anaao Assomed Costantino Troise – tarda però ad entrare nelle proposte strategiche delle organizzazioni, comprese quelle sindacali, fino a rappresentarne una parte essenziale e costitutiva per dare anche una compiuta visione di genere ad esigenze e legittimi interessi di categorie professionali in rapida mutazione.
Una visione di genere che occorre assumere nei contratti di lavoro, nelle leggi, nella prassi che non possono rimanere quelle di dieci anni fa, arroccate a vecchi paradigmi, come se la crescita delle donne fosse semplicemente un fenomeno di costume.
Spetta a tutti assumere l’impegno di rileggere teoria e prassi delle organizzazioni alla luce della differenza di genere e far sì che cresca la rappresentanza e la partecipazione delle nuove intelligenze professionali.
L’ingresso delle donne in medicina non è neutro, ma portatore di domande che obbligano a ragionare su modifiche dell’organizzazione del lavoro positive per tutti, a pensare a nuovi modelli che recuperino i valori professionali ed i tempi di vita, che si prendano cura del nostro lavoro per permetterci di meglio prenderci cura dei cittadini. Il conflitto evidente tra organizzazione del lavoro e sistema di tutele, può risolversi solo con un cambiamento dell’organizzazione, e non con una sconfitta del sistema dei diritti, in un gioco a somma zero che pensa di poter dare un diritto in più a qualcuno soltanto togliendolo ad un altro.
Occorre realizzare il cambiamento necessario, sia organizzativo che culturale, in tempi ravvicinati, vincendo le resistenze che caratterizzano ogni gruppo organizzato, sollecitandolo a ripensarsi, ad includere meriti e valorizzare disponibilità, per compiutamente interpretare e rappresentare i cambiamenti e le nuove domande di cui l’altra metà del cielo è portatrice. Altrimenti non sarà mai 8 marzo.

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Fondazione Gimbe su rielaborazione del rapporto Sostenibilita’

Sono 53 le tipologie di frodi e abusi nella Sanita’ che sottraggono oltre 5 miliardi di euro alla nostra salute. Lo sostiene la Fondazione Gimbe su una elaborazione del rapporto sulla sostenibilità del servizio sanitario nazionale presentato lo scorso 6 giugno.
Il rapporto aveva stimato per il 2016 un impatto di 22,51 miliardi di sprechi sulla spesa sanitaria pubblica classificabili in sei categorie: sovra-utilizzo di servizi e prestazioni inefficaci e inappropriate, frodi e abusi, acquisti a costi eccessivi, sotto-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie efficaci e appropriate, complessità amministrative, inadeguato coordinamento dell’assistenza. Sulle stime relative agli sprechi, ricorda la stessa Fondazione, ”non sono mancate le critiche, nonostante l’accurata descrizione della metodologia e il riferimento esplicito al report OCSE Tackling Wasteful Spending on Health che nel gennaio 2017 ha confermato che circa 1/5 della spesa sanitaria apporta un contributo minimo o nullo al miglioramento della salute delle persone”.
”Il motivo principale di stupore – spiega Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è costituito dall’inverosimile convivenza di oltre 20 miliardi di sprechi con un finanziamento pubblico tra i più bassi d’Europa e, tutto sommato, servizi sanitari di livello elevato”.
”La categoria di sprechi ‘Frodi e abusi’ – spiega il Presidente – secondo le nostre stime erode circa € 4,95 miliardi (range da € 3,96 a € 5.94) con azioni che non configurano necessariamente nel reato o illecito amministrativo. Sono state identificate 53 tipologie di frodi e abusi organizzati in 9 categorie: policy making e governance del sistema sanitario, regolamentazione del sistema sanitario, ricerca biomedica, marketing e promozione di farmaci, dispositivi e altre tecnologie sanitarie, acquisto di beni e servizi, distribuzione e stoccaggio di prodotti, gestione delle risorse finanziarie, gestione delle risorse umane, erogazione dei servizi sanitari.

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Mentre il correttivo della riforma Madia e’ fermo in Cdm

“Oggi miliardi vengono sprecati e buttati dalla finestra per l’incapacità dei manager della sanità pubblica, mentre il correttivo alla riforma Madia, che è l’ultimo passaggio per la riforma delle nomine dei manager nella sanità, è in Consiglio dei Ministri fermo da quattro settimane”.
Lo ha detto il ministro della salute Beatrice Lorenzin, intervenendo all’assemblea pubblica di Farmindustria. “Spero – ha affermato – che possa essere calendarizzato il prima possibile; abbiamo già la commissione insediata da quali un anno, ed il nuovo albo dei manager deve partire ad ottobre”.

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In calo rispetto al 2015, ma spesa sanitaria pubblica nel 2025 peserà per 210 mld annui

Nel 2025 le risorse da stanziare per la sanità pubblica, visti i bisogni crescenti di una popolazione che invecchia, saranno pari a 210 miliardi di euro. Una cifra che ci potremo permettere solo a patto di ridurre il peso degli sprechi dovuti a frodi e inefficienze nel settore che, nel 2016, ci sono costati oltre 22 miliardi, in calo di 2 mld rispetto al 2015. Ad aggiornare le stime è la Fondazione Gimbe, che ha presentato oggi, presso la Biblioteca Spadolini del Senato, il secondo Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.
Quattro sono le principali criticità che condizionano la sostenibilità del Ssn, secondo il rapporto. La prima riguarda il finanziamento pubblico: la spesa sanitaria in Italia continua a perdere terreno con una spesa pro-capite inferiore alla media Ocse. Quanto all’impatto degli sprechi sulla sanità pubblica, nel 2016 sono arrivati a quota 22,51 miliardi, erosi da abusi, acquisti a costi eccessivi, complessità amministrative, inadeguato coordinamento dell’assistenza. Ma la cifra è in calo, visto che il rapporto Gimbe dello scorso anno ne aveva conteggiati 24,73. Criticità applicative riguardano anche i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), un paniere di prestazioni estremamente ricco, “ma che deve fare i conti con il pesante definanziamento pubblico” e “non rende esplicita né la metodologia per inserire le prestazioni nei LEA, né quella per sfoltirli”. Quanto alla sanità integrativa, dei quasi 35 miliardi di spesa privata, l’88% in Italia è a carico dei cittadini, con una spesa pro-capite annua di oltre 500 euro. Ma, in questo ambito, le varie forme di sanità integrativa – come fondi, assicurazioni, casse mutua e società di mutuo soccorso – “intermediano” solo il 12,8% della spesa privata.
“Non esiste un disegno occulto di smantellamento e privatizzazione del Ssn, ma continua a mancare un piano preciso di salvataggio, condizionato dalla limitata capacità della politica di guardare a medio-lungo termine”, sottolinea il presidente Gimbe Nino Cartabellotta.

Nel 2019 spesa sotto soglia allarme Oms

Sempre meno risorse per la sanità pubblica, non solo oggi ma anche nei prossimi anni. Al punto che, entro il 2019, il rapporto spesa sanitaria-Pil scenderà sotto la soglia d’allarme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). La denuncia arriva dalla Fondazione Gimbe, che oggi a Roma ha presentato il secondo Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. “Secondo il Def 2017 – spiega il presidente Nino Cartabellotta – nel triennio 2018-20 il rapporto tra spesa sanitaria e Pil diminuirà dal 6,7% del 2017 al 6,5% nel 2018. E arriverà al 6,4% nel 2019: per la prima volta sotto la soglia d’allarme fissata dall’Oms, pari al 6,5%, al di sotto della quale si riducono le aspettativa di vita”. Inoltre, comparando i Def del 2015-16 e 17, “emergono intenzioni politiche precise”. Ovvero, prosegue, “se inizialmente il definanziamento della sanità era conseguenza della crisi, oggi invece è diventata una costante irreversibile”. Il Def 2017 conferma infatti, “che a un’eventuale ripresa del Pil nei prossimi anni non corrisponderà in modo proporzionale un aumento del finanziamento della sanità”. “E’ urgente, vista la situazione, rimettere mano alla sanità integrativa e mettere a punto una disciplina che stabilisca cosa deve fare il privato e come “, secondo Luigi d’Ambrosio Lettieri (CoR), componente Commissione Sanità del Senato. “Più trasparenza e regole chiare sui fondi integrativi sanitari” viene chiesta anche dal presidente della Commissione Affari sociali della Camera Mario Marazziti. Tra le priorità, secondo Amedeo Bianco (Pd), membro della Commissione Sanità del Senato, “formare professionisti sanitari a portare avanti una governance morale sui Livelli essenziali di assistenza, in modo che possano indirizzare sulle prestazioni che è giusto offrire al singolo paziente”. Per Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), è necessario infine “migliorare il dialogo con il ministero dell’Economia”, perché “non possiamo parlare di migliorare la prevenzione, se poi lo Stato si finanzia con fumo, alcol e gioco d’azzardo”.

Nel 2025 mancheranno all’appello 16 miliardi

Nel 2025 mancheranno all’appello almeno 16 miliardi di euro per assicurare un finanziamento adeguato della sanità pubblica. Sono queste le stime previste dalla Fondazione Gimbe nel secondo Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, presentato oggi a Roma. “Il nostro precedente rapporto aveva stimato un fabbisogno di spesa sanitaria di 200 miliardi per il 2025. Nel rapporto di quest’anno, tenendo conto anche dell’impatto economico dei nuovi Lea, la stima passa a 210 miliardi, pur restando molto prudenziale”, sottolinea il presidente della Fondazione Nino Cartabellotta. Questi 210 miliardi (oggi se ne spendono 114 annui) secondo le stime della Fondazione saranno colmati per 15 miliardi da un maggior finanziamento pubblico, per 15 miliardi da un aumento della spesa sanitaria privata (sia integrativa che a carico dei cittadini) e per 80 miliardi dal recupero dagli sprechi. Ma anche così, aggiunge Cartabellotta “ne mancheranno comunque 16 all’appello, colmabili solo con una consistente, ma improbabile, ripresa del finanziamento della sanità”. In particolare l’analisi si concentra sugli sprechi, pari nel 2016 a 22 miliardi. Di questi: 6,7 miliardi sono dovuti a sovra utilizzo (ad esempio antibiotici presi a sproposito o esami e interventi inutili); 4,9 miliardi a frodi e abusi; 2,2 ad acquisti con costi eccessivi; 3,4 derivano da sotto-utilizzo di interventi sanitari efficaci (come le vaccinazioni); 2,5 miliardi da complessità amministrative e 2,7 da inadeguato coordinamento dell’assistenza tra ospedale e territorio.

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Proposte entro Estate. Regioni,resti a noi quota 3mld se aboliti

L’avvio di un Tavolo di confronto, il cui primo incontro è in programma per il 19 aprile, e l’obiettivo di arrivare a formulare proposte concrete entro l’Estate. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin e le Regioni, nella riunione di oggi presso il dicastero, hanno fissato l’agenda ed i tempi per arrivare alla revisione del sistema dei ticket sanitari, già prevista dal Patto per la salute 2014.
   
Ma sullo sfondo resta il nodo delle risorse: nell’ipotesi che i ticket vengano definitivamente aboliti, le Regioni chiedono sia loro comunque garantito il gettito di 3 mld attualmente derivato dal ‘sistema ticket’.
   
Una “piena disponibilità” al confronto arriva dalle Regioni: “Bisogna – ha affermato il coordinatore degli assessori regionali alla Sanità, Antonio Saitta, al termine dell’incontro di oggi – affrontare il tema della compartecipazione alla spesa sanitaria, come previsto dal Patto per la salute 2014, con l’obiettivo anche di omogeneizzare il sistema su tutto il territorio nazionale”.
    Per ora, ha precisato, “non ci sono ancora proposte definite sul tavolo. E’ un percorso di lavoro che sta iniziando.
   
Tuttavia, resta il nodo del gettito di 3 mld di euro, derivati attualmente dai ticket sanitari: è una quota che, nell’eventualità dell’abolizione dei ticket – ha rilevato – va garantita alle Regioni, per evitare una riduzione del Fondo e, dunque, delle attività sanitarie”.
   
Posizione condivisa pure dagli assessori alla Sanità del Veneto, Luca Coletto, e dell’Emilia Romagna, Sergio Venturi. E favorevole all’abolizione del cosiddetto ‘superticket nazionale’ di dieci euro sulla specialistica e di tutti i ticket regionali in essere, si è detto il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia.
   
Il lavoro si preannuncia dunque intenso, e se al momento “non sussistono ipotesi precostituite di revisione – sottolineano ministero e Regioni -, è comune l’obiettivo di rivedere il sistema di compartecipazione secondo principi di equità, solidarietà e universalismo”.
Insomma, commenta Venturi, la revisione deve comunque andare nella direzione di una partecipazione alla spesa più equa per i cittadini, perché “non ci può essere uno stesso criterio per chi guadagna zero e chi guadagna cento”.
    Con queste premesse partirà dunque il lavoro del Tavolo, che sarà composto da tecnici designati dalla commissione Salute, dal ministero della Salute, dal Ministero dell’Economia e da Agenas.
   
Saranno chiamati a contribuire ai lavori anche tecnici qualificati esterni.
   
“Abolire i ticket è sempre stata una nostra richiesta. Il ministro, però, dica anche come intende garantire a tutti i cittadini, soprattutto ai più poveri, l’accesso al Servizio Sanitario Nazionale”, commentano in una nota congiunta Cgil nazionale e Fp Cgil nazionale.

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Ok Cdm a decreto, valutazione anche su Lea e taglio liste attesa

Manager della Sanità, si volta pagina: non saranno più scelti dalla politica ma selezionati attraverso un Albo nazionale a cui potranno accedere dopo una selezione per curriculum e titoli. E c’è di più: chi non raggiunge gli obiettivi prefissati, o amministrerà male, decadrà direttamente dall’incarico. E’ questa la ‘rivoluzione’ in arrivo già a partire da ottobre, quando diventerà operativo il nuovo Elenco unico nazionale per i direttori generali nella Sanità.
Il Consiglio dei ministri ha infatti dato il via libera ad un decreto legislativo sui dirigenti sanitari. Si tratta di un decreto, ha spiegato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, “estremamente importante che era stato bloccato dall’impugnativa della Regione Veneto nell’ambito della riforma Madia”. Ora il testo, che accoglie i correttivi delle Regioni, andrà alla Conferenza Stato-Regioni e al Consiglio di Stato e “concluderà il suo iter entro giugno”. Il problema della sanità italiana, ha quindi sottolineato il ministro, “non è la mancanza di personale qualificato, perché i medici, infermieri e tecnici sono di altissimo livello. Il problema è di tipo organizzativo e gestionale, con la componente manageriale che è scelta dalle Regioni. Abbiamo cambiato il modo di selezionare i direttori generali, lasciando le competenze alle Regioni, ma riportandole a criteri di valutazione meritocratici, validi per tutti. E quindi assicurando procedure conformi a principi di merito, imparzialità e trasparenza, con un albo nazionale cui potranno attingere le amministrazioni locali”.
Per questo, viene istituito presso il ministero della salute un elenco nazionale di idonei, aggiornato ogni due anni attraverso una selezione di candidati da parte di una commissione di esperti. All’elenco dei direttori generali non potrà iscriversi chi abbia più di 65 anni e per accedere bisogna avere un attestato di formazione in materia di sanità pubblica e gestione sanitaria. Quindi, ha rilevato Lorenzin, “parliamo di manager con comprovata esperienza”. La permanenza nell’elenco dura 4 anni: è un elenco aperto, che viene aggiornato e prevede un sistema di valutazione dei dirigenti, che, ha ricordato il ministro, “gestiscono 113 miliardi della spesa sanitaria italiana”. La grande novità riguarda poi il capitolo ‘valutazione’, con la perdita dell’incarico nel caso di non raggiungimento degli obiettivi. Ci sarà infatti una valutazione dei direttori generali iscritti nell’albo, ha spiegato, “tenendo conto del raggiungimento degli obiettivi di salute e di funzionamento dei servizi”. I Livelli essenziali di assistenza (Lea) diventano dunque elemento primario di valutazione e tra i criteri viene inserita anche la riduzione delle liste d’attesa, che sui territori provocano diseguaglianza: “Vogliamo raggiungere un’omogeneità del livello di assistenza a livello nazionale”, ha affermato Lorenzin. Vengono anche valutati i dati dei bilancio ed è prevista la decadenza dei direttori generali non solo in caso di violazione della legge e malasanità ma anche nei casi in cui la valutazione delle performance sia negativa. Non c’è la possibilità di ricorso e si prevede la cancellazione dall’elenco e reinserimento solo dopo nuova selezione. A cascata, c’è un procedimento demandato alle regioni per la nomina dei direttori sanitari e dei servizi socio-sanitari: anche qui viene costituito un elenco regionale degli idonei e la selezione avviene per titolo e colloquio.