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Oltre 30mila neonati nel Lazio e in Toscana sono stati sottoposti a screening neonatale per l’atrofia muscolare spinale (SMA) e sei bambini sono stati identificati con diagnosi di SMA, malattia rara che progressivamente indebolisce le capacità motorie ed è la prima causa di morte genetica infantile. Questi i primi traguardi raggiunti ad oggi dal 5 settembre 2019, data di avvio del Progetto Pilota coordinato dal Dipartimento di Scienze della vita e sanita pubblica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma e realizzato in collaborazione con i centri nascita, le Istituzioni regionali, l’impegno di Famiglie SMA e dell’Osservatorio Malattie Rare (OMaR), grazie al supporto non condizionato di Biogen Italia.

Il Progetto Pilota di screening neonatale per la SMA consente per la prima volta in Italia la possibilità di un test genetico universale – volontario e gratuito – per i bambini nati nel Lazio e in Toscana. Per la comunità di pazienti con atrofia muscolare spinale è una svolta storica: la diagnosi non è più una condanna ma un salvavita. Dal 2017 esiste infatti un trattamento efficace per la patologia: un farmaco (incluso da AIFA tra i farmaci cosiddetti innovativi) per il quale è stato dimostrato che il trattamento in fase pre-sintomatica (quindi prima che si manifestino i sintomi) è molto più efficace di quello in presenza dei segni clinici della SMA. In base ai dati disponibili, bambini con diagnosi predetta di SMA grave, che avrebbero avuto un’aspettativa di vita inferiore ai due anni per la storia naturale della malattia, hanno avuto invece nella maggior parte dei casi tappe di sviluppo motorio sovrapponibili a quelle dei bambini non affetti, fino ad acquisire la deambulazione autonoma. In alcuni bambini la malattia non si manifesta, o si manifesta in forma lieve.

I risultati del progetto sono stati presentati stamattina durante la conferenza stampa on line moderata da Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttore Osservatorio Malattie Rare OMAR, con Stefania Saccardi, Assessore al Diritto alla Salute, al Welfare e all’Integrazione socio-sanitaria e sport della Regione Toscana; Alessio D’amato, Assessore alla Sanità e Integrazione Socio-Sanitaria della Regione Lazio; Daniela Lauro, Presidente di Famiglie SMA; Giuseppe Banfi, Amministratore Delegato Biogen Italia; Alessandra Barca, Area Promozione della Salute e Prevenzione della Regione Lazio; Cecilia Berni, Qualità dei Servizi e Reti Cliniche, Regione Toscana; Eugenio Mercuri, Direttore Unità Operativa Complessa Neuropsichiatria Infantile, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS; Francesco Danilo Tiziano, professore associato di Genetica Medica, Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma; Alice Donati, Responsabile SOC Malattie Metaboliche e Muscolari Ereditarie del Meyer di Firenze e Carlo Dani, Coordinatore della Rete Neonatale per la Regione Toscana.

Nei primi nove mesi dello studio sono stati sottoposti a screening oltre 30mila neonati nelle due Regioni (più di 25mila nel Lazio e oltre 5mila in Toscana) e sono stati identificati sei pazienti con SMA (quattro nel Lazio e due in Toscana). L’adesione dei centri nascita ha raggiunto un ottimo risultato: il 95% circa nel Lazio e il 100% in Toscana. Analoga soddisfazione per l’adesione dei genitori: oltre l’85% nel Lazio e il 90% in Toscana.

Si tratta solo dei primi risultati, perché entro il 4 settembre 2021, data di conclusione del progetto previsto per due anni, si conta di offrire una diagnosi precoce a circa 20 bambini di cui l’80% affetto da SMA I o II, le forme più gravi della malattia. Lo studio in appena 9 mesi ha già cambiato il destino di 6 neonati e delle loro famiglie, ma l’obiettivo è più ambizioso: dimostrare che è possibile estendere l’esperienza di queste due regioni a livello nazionale, così come già avviene negli Stati Uniti, dove lo screening neonatale per la SMA è stato inserito nell’elenco di quelli raccomandati (RUSP).

“I risultati entusiasmanti degli studi nei bambini pre-sintomatici e l’accesso alle nuove terapie rendono sempre più urgente l’identificazione precoce di questi bambini”: sottolinea Eugenio Mercuri, Direttore Unità Operativa Complessa Neuropsichiatria Infantile, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.

“Sebbene i dati siano ancora preliminari – evidenzia il responsabile del progetto italiano Francesco Danilo Tiziano, professore associato di Genetica Medica, Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma – lo studio ha già raggiunto traguardi importanti: ha diffuso la consapevolezza e la conoscenza della SMA, ha consentito di creare una eccellente rete collaborativa con i centri nascita, con i centri dello screening metabolico e con gli uffici regionali responsabili degli screening di popolazione; e ha consentito di sviluppare una piattaforma tecnologica in grado di effettuare oltre 1000 test genetici a settimana in maniera quasi del tutto automatizzata”.

“I neonati toscani e laziali hanno un’opportunità di salute in più. Come già per altre malattie che dispongono di screening neonatale da anni, la storia naturale della SMA sarà consistentemente modificata”: sostiene Maria Alice Donati, Responsabile della Struttura Operativa Complessa di Malattie Metaboliche e Muscolari Ereditarie, del Centro di Eccellenza di Neuroscienze dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer di Firenze.

“È un progetto che ci rende orgogliosi, primo in Italia e uno dei pochi in Europa. La Toscana ha messo in campo le sue migliori eccellenze come il Meyer, che con il Gemelli di Roma è impegnato in prima linea nella lotta contro questa grave malattia genetica”: commenta l’assessore regionale al diritto alla Salute, Stefania Saccardi. “Nonostante l’emergenza epidemiologica dovuta al Covid, siamo andati avanti e gli ultimi 5 punti nascita hanno aderito a inizio maggio. Abbiamo promosso su tutto il territorio, in stretta collaborazione con l’associazione Famiglie SMA, una campagna informativa che ha raggiunto tutti i punti nascita e le sedi territoriali”.

“A un anno dall’inizio del Progetto che ci pone all’avanguardia in Europa in tema di prevenzione, siamo felici di aver raggiunto oltre 25.000 neonati nel Lazio e ci auguriamo che il percorso intrapreso diventi quanto prima un esempio per tutto il territorio italiano”: evidenzia Alessio D’amato, Assessore alla Sanità e Integrazione Socio-Sanitaria della Regione Lazio.

“Come associazione di pazienti non possiamo che essere orgogliosi degli obiettivi raggiunti, che stanno disegnando un nuovo futuro per la nostra comunità”: sostiene la Presidente di Famiglie SMA Daniela Lauro. “L’Italia è leader in Europa in tema di screening neonatale, ma dal 2018 non è mai stato attuato l’emendamento Volpi alla Legge 167/2016 (detta “Legge Taverna”), che consentiva di estendere lo screening anche alle malattie neuromuscolari. A febbraio scorso è stato ufficialmente approvato anche l’emendamento Noja, che stabilisce un termine preciso entro cui il Ministero della Salute dovrà completare il processo di ampliamento del panel di malattie diagnosticabili tramite screening (entro giugno 2020). Siamo consapevoli che l’emergenza legata al Covid-19 possa aver ritardato le tempistiche, ma torneremo a sollecitare le Istituzioni perché lo screening esteso anche alla SMA non può più attendere”.

“Abbiamo la consapevolezza di poter cambiare concretamente la vita dei bambini e delle loro famiglie e questo ha portato a un’adesione totale: ad oggi in tutti i 24 centri nascita della Toscana è possibile eseguire lo screening per la SMA”: è l’intervento di Carlo Dani, Coordinatore della Rete Neonatale per la Regione Toscana.

Lo studio è coordinato dall’Istituto di Medicina Genomica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e realizzato grazie alla collaborazione con la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, l’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, l’Università Sapienza di Roma, l’Azienda Ospedaliera Universitaria “Meyer” di Firenze, i Governi Regionali di Lazio e Toscana, i Centri Nascita di Lazio e Toscana, l’associazione di pazienti Famiglie SMA ed è reso possibile grazie al contributo non condizionato di Biogen Italia srl.

In Europa, al momento, sono tre i progetti pilota di screening neonatale per l’atrofia muscolare spinale in corso: oltre al progetto di Lazio e Toscana è in corso uno in due Lander della Germania e uno in una Regione del Belgio.

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Nell’arco di un biennio saranno reclutate 5mila donne per lo studio europeo MyPeBS che vede l’Azienda sanitaria di Reggio Emilia capofila a livello italiano; l’obiettivo è individuare le migliori linee-guida per uno screening efficace.

La lotta al tumore al seno inizia dalla prevenzione e dalla diagnosi precoce. In questo ha un ruolo importante lo screening mammografico, finalizzato a individuare la malattia prima che se ne manifestino i sintomi. Ogni donna, tuttavia, ha una diversa predisposizione a sviluppare questo tipo di tumore; conoscere il rischio individuale può significare essere in grado di offrire un percorso di screening personalizzato.

Lo studio MyPeBS (My Personal Breast Screening ovvero Il mio screening personale al seno) si propone di reclutare circa 85mila donne di età compresa tra i 40 e i 70 anni residenti in 6 paesi: Italia, Francia, Inghilterra, Belgio, Israele, Spagna. In Italia, paese per il quale l’Azienda sanitaria di Reggio Emilia è capofila, gli 11 centri partecipanti coinvolgeranno complessivamente 30mila donne e nella nostra provincia saranno 5mila a partire da oggi. Le donne saranno assegnate in modo del tutto casuale (random) a uno dei due gruppi oggetto di studio: in uno sarà seguito il percorso tradizionale di screening mentre in quello sperimentale la frequenza dei controlli sarà rapportata al rischio di andare incontro al tumore.

Il grado di rischio di ogni donna sarà calcolato attraverso quattro fattori: l’età, la storia familiare di tumori al seno,  la densità del seno e le caratteristiche del DNA. Sulla base del profilo emerso sarà valutata la frequenza con cui eseguire le mammografie e quali esami aggiungere: l’ecografia e, in casi rarissimi, la risonanza magnetica. Il periodo di analisi di ciascuna donna ha durata di 5 anni.

L’obiettivo è rendere sempre più efficace il controllo del seno e limitare le criticità legate al metodo di screening attuale che sono di due tipi: le diagnosi tardive su tumori sviluppati nell’intervallo di tempo trascorso tra un esame e il successivo e i “falsi positivi” ovvero i casi in cui sembra sia presente la malattia ma si tratta di un allarme infondato, verificabile soltanto attraverso l’esecuzione di una biopsia che comporta ansia e disagio per la donna e costose procedure per il sistema sanitario.

“MyPeBS è il primo studio clinico randomizzato (con assegnazione causale ai due gruppi) condotto su scala europea per valutare i benefici di un programma di screening la cui frequenza sarà commisurata alle caratteristiche del singolo individuo” sottolinea Massimo Costantini, Direttore scientifico dell’IRCCS di Reggio Emilia.

“Negli ultimi anni l’azienda sanitaria di Reggio Emilia è divenuta pun­to di riferimento internazionale nella ricerca sullo screening del tumore mammario ed è referente italiano per questo studio europeo. Lo dobbiamo al fatto che qui sono stati messi a punto e sperimentati nuovi sistemi di diagnostica quali la Tomosintesi, possibile alternativa alla mammografia tradizionale nello screening, e la CESM (Contrast-Enhanced Spectral Mammography) valida alternativa alla risonanza magnetica in pazienti claustrofobiche” spiega il Direttore sanitario Cristina Marchesi.

“Il risultato sperato è di vedere aumentare i casi nei quali il tumore viene individuato a uno stadio molto precoce in virtù del fatto che le donne portatrici di un rischio maggiore saranno controllate con più frequenza rispetto agli intervalli standard oggi in vigore nei diversi paesi interessati dal progetto” spiega Pierpaolo Pattacini, direttore della Struttura Complessa di Radiologia dell’Arcispedale Santa Maria Nuova e del Dipartimento di Diagnostica per Immagini e Medicina di Laboratorio “Qualunque sia il risultato, da questo progetto usciranno le migliori linee-guida per lo screening mammografico a livello europeo” conclude.

“Lo studio prevede la comparazione tra le donne che fanno parte dei due programmi anche in termini di soddisfazione percepita e stato di ansia. Valuteremo, inoltre, la sostenibilità e l’impatto del programma sulle diseguaglianze. I programmi di screening mammografici proposti nella nostra regione, infatti, hanno dimostrato di essere non solo molto efficaci ma anche sostenibili e di ridurre le diseguaglianze nelle cure e nei risultati di salute. Perché si decida di superare un programma che ha avuto tali successi vogliamo che la novità non solo abbia solide basi teoriche ma che funzioni nella pratica”  aggiunge Paolo Giorgi Rossi, Direttore del Servizio di Epidemiologia.

Il progetto MyPeBS ha una durata complessiva di 8 anni, oltre a quelli già citati vede partecipare nel comitato scientifico e nell’analisi dei dati altri due paesi, Stati Uniti e Olanda, e ha ricevuto dall’Unione Europea un finanziamento pari a 12,4 milioni di euro nell’ambito del programma Horizon 2020.

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ORISTANO-Sono stati riavviati martedì 12 marzo, all’ospedale Delogu di Ghilarza e il 13 marzo al Mastino di Bosa, presso le Unità operative di Radiologia, gli screening mammografici per la diagnosi precoce dei tumori mammari.
 
Sono circa 2000 le donne residenti nei territori del Guilcer, Barigadu, Montiferru e Planargia, di età compresa tra i 50 e i 69 anni – fascia considerata a maggiore rischio di sviluppare questa forma tumorale – che riceveranno nei prossimi mesi la lettera d’invito a sottoporsi a una mammografia gratuita da parte del Centro Screening oncologici della Ats-Assl Oristano. Nella lettera saranno indicati giorno, orario e sede in cui effettuare l’esame, ma in caso di indisponibilità sarà possibile concordare un nuovo appuntamento con il Centro Screening chiamando il numero verde 800 186 000.
 
Le donne che rientrano nel target d’età (50-69 anni) ma non hanno ancora ricevuto la lettera d’invito da parte del Centro Screening non devono fare altro che attenderne l’arrivo, perché progressivamente si arriverà a chiamare tutte le interessate.
 
Dopo essersi sottoposte alla mammografia – che consiste in una dettagliata radiografia di entrambe le mammelle – nel caso in cui non venga riscontrata nessuna anomalia, si riceverà un referto scritto che attesta l’esito del test. Nel caso in cui siano necessari ulteriori accertamenti, le donne saranno richiamate in tempi brevi dagli operatori del Centro Screening per gli approfondimenti diagnostici indispensabili a verificare o escludere la presenza della malattia. A seconda del caso, saranno effettuati l’esame clinico, la mammografia integrativa con dettagli, ingrandimenti e ulteriori proiezioni, esame ecografico, galattografia ed esame citologico del liquido secreto, prelievi citologico, microistologico e biopsia.
 
Qualora dovesse essere confermata la presenza di una neoplasia, si passerà al trattamento terapeutico, chirurgico e medico, adottando per quanto possibile un approccio conservativo. L’intero percorso diagnostico e terapeutico avviato dal Centro Screening è completamente gratuito.
 
«Aderire allo screening è fondamentale – spiega il responsabile del Centro Screening oncologici dell’Ats-Assl Oristano Onorato Frongia – Il tumore al seno è infatti la neoplasia più diagnosticata tra le donne (un tumore ogni tre è mammario) e sottoporsi allo screening permette di abbattere la mortalità per questo tipo di patologia di circa il 40 per cento».
 
In provincia di Oristano sono state 198 le donne a cui, grazie all’adesione ai programmi di screening oncologici, è stato diagnosticato un tumore al seno e che hanno potuto così proseguire il percorso con il trattamento terapeutico.
 
Una diagnosi tempestiva consente infatti di intercettare il tumore quando è ancora in uno stadio d’avanzamento precoce e può quindi essere curato con efficacia utilizzando terapie meno invasive e demolitive, riducendo il ricorso alla mastectomia (l’asportazione dell’intero seno) e migliorando la prognosi e la qualità della vita della donna.
 
Accanto alla prevenzione secondaria – visite e i controlli medici – altrettanto importante è quella primaria: stili di vita sani, che passano per un’alimentazione corretta ed equilibrata e per una costante attività fisica, contribuiscono sensibilmente a mantenersi in salute e a proteggersi dai tumori.
 
Lo screening del tumore mammario – che complessivamente coinvolge circa 24.000 donne in provincia di Oristano – si affianca a quello della cervice uterina, rivolto a tutte le donne di età compresa tra i tra i 25 ed i 64 anni, e a quello del colon retto, che coinvolge uomini e donne tra i 50 e i 69 anni. Anche in questi casi la chiamata è attiva: il Centro Screening invia alle persone che rientrano nella popolazione bersaglio una lettera d’invito a domicilio in cui illustra le modalità di esecuzione degli esami.
 
Per ulteriori informazioni sugli screening è possibile consultare il sito:
www.asloristano.it/argomenti/screeningoncologici
o contattare il numero verde del Centro Screening 800 186 000

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Ci sono voluti sei anni, ma alla fine è stato raggiunto un livello di protezione altissimo e il tumore al seno ora fa meno paura alle donne della provincia di Chieti. Lo dicono i numeri ottenuti dallo Screening mammografico che nel 2018 ha ottenuto una copertura senza precedenti: ha fatto una mammografia l’81,18% della popolazione femminile in età compresa tra 50 e 69 anni. A tale risultato si è giunti grazie all’aumento costante del numero di esami eseguiti, che nel 2018 sono stati 16.468, a fronte dei 2.151 iniziali del 2012, anno in cui è stato ripristinato il programma di Screening. Una crescita significativa, frutto di un investimento a tutto campo in organizzazione, tecnologie e informazione.
Com’è noto, la Asl Lanciano Vasto Chieti è l’unica in Abruzzo ad avere istituito un’unità operativa dedicata di Diagnostica senologica a Ortona, diretta da Marzia Muzi, che rappresenta il motore del programma di prevenzione nonché degli esami di II livello nei casi in cui si renda necessario un approfondimento.
Ma l’aspetto organizzativo è stato supportato da un aggiornamento tecnologico che ha portato all’installazione in tutti gli ospedali dell’Azienda di mammografi digitali di cui alcuni dotati di tomosintesi, la nuova frontiera nella diagnostica senologica. Tali apparecchi, infatti, permettono di scovare lesioni tumorali piccolissime, forniscono un elevato standard qualitativo delle immagini. Non è mancata, inoltre, una costante attenzione all’informazione, con campagne ed eventi finalizzati a raccontare l’efficacia dello screening, opportunità preziosa per formulare una diagnosi precoce, che riduce del 35% la probabilità di morte per cancro della mammella.
Le donne hanno colto completamente il valore della lettera invito che viene loro inviata a casa con la data dell’appuntamento per eseguire la mammografia nella struttura più vicina al loro luogo di residenza, evitando file al Cup, prenotazioni e senza pagare un centesimo. Le adesioni, infatti, sono state ogni anno più numerose, con migliaia di esami in più ogni anno, fino ad arrivare al record del 2018, con una percentuale di adesione del 74,5% del totale delle donne invitate. Parimenti, sono cresciute anche le diagnosi di tumore: lo scorso anno ne sono stati identificati 128, 18 in più del precedente.
«Abbiamo investito molte energie in questi anni sulla salute delle donne – rammenta il direttore generale della Asl, Pasquale Flacco – puntando sia sulla prevenzione sia sulla cura, come dimostra la certificazione Eusoma conquistata dal nostro Breast center. L’obiettivo ora è consolidare i buoni risultati ottenuti».
Marzia Muzi ricorda che il programma di screening agisce su una popolazione femminile che non presenta sintomi nella fascia di età 50-69 anni, mentre la mammografia clinica è riferita alla personale e singola richiesta di una donna. «In presenza di sintomi – chiarisce – a qualsiasi età l’accesso alla mammografia è garantito attraverso le classi di priorità che, com’è noto, sono lo strumento a disposizione dei medici prescrittori per gestire e differenziare l’accesso alle prestazioni».

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Domenica 21 ottobre, l’ospedale San Martino di Oristano ha aperto le porte alle donne per promuovere la prevenzione e la diagnosi precoce del tumore al seno.

In occasione del Mese del Nastro rosa, iniziativa organizzata ogni anno ad ottobre dalla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori per sensibilizzare all’importanza della prevenzione oncologica, la dottoressa Grazia Agus insieme al dottor Antonello Gallus, coordinatore della Radiologia Territoriale del nosocomio oristanese, effettueranno le visite senologiche gratuite per tutte le donne che lo vorranno.
Non è necessaria alcuna prenotazione preventiva: ci si potrà presentare direttamente in ospedale, presso la Radiologia del corpo principale, dove si verrà visitate in ordine di arrivo. La visita consisterà in un accurato esame del seno e dei cavi ascellari: «Si tratta – spiega il dottor Gallus – del primo passo nell’iter diagnostico per la prevenzione del tumore mammario ed è in grado di rilevare tumefazioni o nodularità, asimmetrie di densità mammaria, secrezioni dal capezzolo, adenopatie ascellari». Se saranno necessari ulteriori approfondimenti diagnostici, i medici indirizzeranno le pazienti verso l’esame a cui sottoporsi, illustrando come prenotarlo ed eseguirlo. Nei casi urgenti il personale provvederà direttamente alla compilazione delle richieste e alla prenotazione.
L’appuntamento di domenica ha offerto non solo la possibilità di sottoporsi alla visita, ma anche di informarsi sui corretti stili di vita e sulla scelta del percorso di prevenzione e controllo più appropriati: al di sotto dei 40 anni è generalmente consigliabile l’esame ecografico, nelle donne dai 40 anni ai 50 che non presentano sintomi viene indicata la mammografia, spesso seguita da un’ecografia mammaria, mentre dai 50 ai 69 anni è possibile aderire allo screening mammografico.
Se il tumore al seno resta la patologia oncologica femminile più diffusa – in Sardegna si registrano tra i 1200 e i 1300 nuovi casi all’anno – il dato positivo è che la sopravvivenza a 5 anni nelle donne colpite dal carcinoma mammario è di oltre il 90% e ciò è dovuto soprattutto alla tempestività della diagnosi: prima si arriva a identificare il tumore, più alte sono le possibilità di guarigione.
L’evento di domenica è nato dalla collaborazione tra la Ats-Assl Oristano e la sezione provinciale Lilt, che da tempo lavorano in sinergia per promuovere la salute sul territorio, e rientra nel calendario degli appuntamenti previsti per il Mese del Nastro Rosa: iniziative che, anche attraverso la cultura, l’arte e la musica, intendono accendere i riflettori su una delle patologie più diffuse e informare la popolazione su quanto i corretti stili di vita – in primo luogo sana alimentazione e costante esercizio fisico – possano incidere sulla prevenzione oncologica.

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Rapporto Cittadinanzattiva, il Nord fatica sulle liste d’attesa

Le regioni del Centrosud arrancano sull’adesione agli screening oncologici, ma sono quelle in cui si vaccina di più. Se nelle regioni del Nord si investe per l’ammodernamento delle strutture e dei macchinari, rispetto alle liste di attesa in molti casi si lascia a desiderare: ad esempio, per un intervento di protesi d’anca si attende di più in Veneto che in Calabria. Questo il quadro che emerge dal sesto Rapporto dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità, presentato oggi da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato.
Le diversità valgono per i bimbi come per gli anziani. Nel 2017 ad esempio le Regioni che hanno raggiunto l’immunità di gregge, con un’adesione superiore al 95% per l’esavalente sono solo Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Sardegna, Umbria, Toscana. Sul fronte delle vaccinazioni antinfluenzali, si vaccinano oltre il 60% degli over 65 solo Umbria, Calabria, Molise. Mentre quelle che negli ultimi dieci anni hanno realizzato le anagrafi vaccinali completamente informatizzate sono passate da 9 (2007) a 18 nel 2017. Tuttavia solo 11 hanno lo stesso software in tutte le ASL presenti sul territorio. Sono 6 le Regioni che non raggiungono la sufficienza sull’adesione agli screening oncologici nel 2016: Calabria, Puglia, Campania, Sicilia, Sardegna, Lazio. Nel 2016 l’invito all’esame mammografico gratuito ha raggiunto il 97% delle donne al Nord, il 93% al Centro e quasi 51% al Sud. E lo stesso o quasi vale per lo screening colo rettale e cervicale. In ambito oncologico, per un intervento per tumore al polmone si attendono circa 13 giorni in Basilicata e Valle d’Aosta, oltre 43 in Veneto e addirittura 61 in Calabria.

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E prevenzione dell’obesità infantile

L’Azienda Usl di Reggio Emilia IRCCS parteciperà a due importanti progetti di ricerca europei, finanziati attraverso il programma Horizon 2020 promosso dalla Comunità Europea. Entrambi sono stati presentati da gruppi di ricerca che coinvolgono strutture del territorio e degli ospedali dell’Azienda, coordinati dalla struttura complessa di Ricerca epidemiologica. Il finanziamento è stato ottenuto al termine di un arduo processo di selezione. Il primo progetto riguarda lo screening per il tumore della mammella. Reggio Emilia guiderà il consorzio italiano che partecipa a un ambizioso studio per valutare la possibilità di personalizzare lo screening del cancro del seno. Il progetto si intitola “My Personalized Breast Screening (MyPeBS)” ed è coordinato a livello europeo dal centro per la lotta contro il cancro “Gustave Roussy” di Parigi. Lo studio, con un budget di 12 milioni di euro, recluterà circa 100mila donne in 5 paesi (Francia, Italia, Gran Bretagna, Belgio, Israele), di cui 30mila in Italia. Sarà valutato un percorso di screening con protocolli personalizzati sulla base del profilo genetico, della storia della donna e della sua famiglia e della densità del seno, modulando l’intensità dei controlli: modificando la frequenza dello screening con intervalli più serrati nelle donne con rischio più alto e riducendo l’intensità invece nelle donne ritenute a basso rischio. I risultati saranno disponibili non prima di 10 anni. L’Azienda Usl di Reggio Emilia sarà anche lo scenario per l’unico progetto Italiano del CoSIE (per esteso Co‐creation of Service innovation in Europe) un programma europeo volto alla sperimentazione di nuove tecnologie per favorire la collaborazione fra cittadini e istituzioni nel definire servizi pubblici che rispondano alle vere esigenze degli utenti. Il progetto pilota, Bimbi Molto In forma (BMInforma), riguarderà il programma di prevenzione dell’obesità infantile dell’Ausl di Reggio Emilia. Saranno coinvolti tutti gli operatori e le istituzioni che possono contribuire alla prevenzione e alla cura dell’obesità, sia creando un ambiente che renda più facili le scelte salutari per una corretta alimentazione e un’adeguata attività fisica dei bambini, sia aiutando i piccoli più a rischio e già sovrappeso a mantenersi in forma, sia prendendosi cura dei bambini con obesità patologica. Fra le innovazioni che il progetto cercherà di valutare c’è anche una app in grado di favorire la comunicazione fra istituzioni, pediatri di libera scelta e genitori, permettendo di rinforzare anche il counselling dei pediatri per i bambini sovrappeso. “Fare ricerca in sanità pubblica non è facile – spiega il direttore della Epidemiologia dell’Ausl dottor Paolo Giorgi Rossi ‐ gli interventi sono complessi e gli studi per valutarne l’efficacia ancora di più. Si devono mettere in campo energie enormi per coinvolgere migliaia di persone, pazienti, ricercatori e operatori provenienti da ambiti molto diversi che devono collaborare in modo efficace. E’ proprio in questi studi che la tradizione di efficienza e lo sviluppo della collaborazione fra ospedale e territorio che caratterizzano il servizio sanitario reggiano possono dare un contributo unico al progresso delle conoscenze”. “La Struttura di Epidemiologia e il suo Centro Screening si confermano uno dei fiori all’occhiello della sanità di Reggio Emilia – afferma Massimo Costantini, direttore scientifico dell’Ausl IRCCS di Reggio Emilia – Il livello di competizione dei bandi europei di Horizon 2020 è elevatissimo: riuscire a far parte delle migliori cordate internazionali e vincere i finanziamenti è sintomo della crescita delle nostre attività di ricerca”.

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Coinvolti gli abitanti di Neoneli, Busachi, Fordongianus, Ula Tirso, Ollastra, Simaxis e Villanova Truschedu, tra i 50 e i 69 anni

Anche nei comuni di Neoneli, Busachi, Fordongianus, Ula Tirso, Ollastra, Simaxis e Villanova Truschedu è ora attivo lo screening del colon retto. I cittadini residenti in questi paesi, uomini e donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni – fascia maggiormente esposta al rischio di sviluppare questo tumore – riceveranno nei prossimi giorni una lettera di invito da parte del Centro screening oncologici della Ats-Assl Oristano nella quale saranno fornite dettagliate istruzioni su come aderire allo screening. In sostanza, dopo aver ricevuto la lettera, i cittadini potranno recarsi nella farmacia del paese dove potranno ritirare e a cui potranno poi restituire il kit per l’esame del sangue occulto nelle feci. Il Centro screening li ricontatterà successivamente per comunicare l’esito delle analisi e, in caso positivo, per proporre ulteriori indagini, che sono comunque poco invasive e indolori e che, oltre ad essere diagnostiche, sono anche operative, per cui un unico breve intervento, in anestesia locale, sarebbe risolutivo. 

«L’intero percorso diagnostico e terapeutico è gratuito – spiega il responsabile del Centro screening oncologici Onorato Frongia – e l’adesione allo screening del tumore del colon retto è di fondamentale importanza, in quanto si tratta del tumore in assoluto più frequente: ogni anno in Italia si registrano 56.000 nuovi casi. E’ da sottolineare che lo screening permette di intercettare non solo l’eventuale tumore in fase precoce, ma addirittura le lesioni precancerose che, se non curate, potrebbero evolversi in un cancro. In altre parole, questo tipo di screening permette non solo di diagnosticare il cancro in fase precoce, ma di prevenirlo, di impedire che si sviluppi». 

Lo screening del tumore del colon retto, oltre ai sette nuovi paesi del Barigadu, è attualmente attivo anche nei paesi del terralbese, a Santu Lussurgiu, Seneghe e Bonarcado. Dal 2012, anno di avvio della campagna di prevenzione, sono stati coinvolti tutti gli 88 comuni della provincia e circa 45.000 sono state le persone invitate a sottoporsi all’esame diagnostico.