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L’inizio della moderna epoca chirurgica si fa risalire al 1865, quando Joseph Lister, chirurgo britannico, iniziò ad usare l’acido fenico come disinfettante, facendo da spartiacque tra un momento in cui c’era chi chiedeva di bandire la chirurgia dagli ospedali e un’era che ora vede addirittura i robot in sala operatoria.

Lister è stato definito dal Royal College of Surgeon britannico “il padre della chirurgia moderna”, e si deve a lui anche il gesto di entrare in sala operatoria con le ‘mani in alto’ familiare agli appassionati di medical drama.

Lister intuì che a causare la morte di metà dei pazienti operati, anche nel caso in cui l’operazione era stata un successo, fossero appunto i germi, e decise di usare l’acido fenico, che allora veniva usato per la disinfezione delle fognature, per pulire le ferite e gli strumenti chirurgici nella riduzione di una frattura esposta in un bambino di sette anni.

“E’ sicuramente un momento fondamentale nella storia della chirurgia – commenta Ludovico Docimo, ordinario di chirurgia generale della Seconda Università di Napoli -, che va unito a quello, molto tempo dopo, in cui si è iniziato adare al paziente gli antibiotici per evitare le infezioni post intervento. Oggi ovviamente il problema è molto minore sia perchè si usano strumenti monouso sia perchè abbiamo dei mezzi che ci permettono di capire prima dell’intervento se i ferri sono stati sterilizzati”.

Grazie al lavoro di Lister, descritto poi su Lancet nel 1867, la mortalità chirurgica scese dal 50% al 17%. Da quegli anni la disinfezione è ovviamente molto migliorata, anche se quello delle infezioni ospedaliere rimane un problema da 37mila morti l’anno in Europa.

“Una piccola quota di infezioni ospedaliere deriva ancora da processi di disinfezione degli strumenti non del tutto appropriata – spiega Vincenzo Puro, responsabile UOC Servizio prevenzione e protezione dell’Istituto Spallanzani di Roma -. Però la questione principale negli ospedali ora è combattere le infezioni associate a pratiche sanitarie legate a procedure invasive, ad esempio legate all’uso di cateteri, che sono decisamente aumentate. Da qui l’enfasi che si mette su alcuni aspetti come l’igiene delle mani”.

“L’evoluzione è continua e sempre più veloce – conferma Docimo, che è presidente della Società Italiana dei Chirurghi Universitari -, si pensi ad esempio a come fermiamo il sangue durante un’intervento, un aspetto critico per un chirurgo. Prima si usava un laccio per legare i vasi, ora abbiamo degli strumenti che usano radiofrequenze e ultrasuoni, oltre a delle creme che applicate sul vaso fermano l’emorragia. Questo ci permette di spingere sempre più in là i nostri limiti, un po’ come una nuova tecnologia per il cambio o lo sterzo permette di realizzare auto sempre più veloci”.

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Il glioblastoma è uno dei tumori cerebrali più frequenti ma anche dei più micidiali. La prognosi è nella stragrande maggioranza dei casi infausta e al momento non esistono terapie efficaci per contrastare questo cancro e le sue micidiali recidive.

Ma uno studio dei ricercatori della Seconda Università degli Studi di Napoli potrebbe dare qualche speranza. I ricercatori partenopei hanno dimostrato che l’estratto acquoso della pianta Ruta graveolens è capace di uccidere cellule di glioblastoma risparmiando le cellule sane.

“Il glioblastoma multiforme – spiega Luca Colucci-D’Amato, docente di Patologia generale del Dipartimento di Scienze e Tecnologie ambientali biologiche e farmaceutiche della Seconda Università di Napoli (SUN) – è un tumore cerebrale altamente aggressivo la cui prognosi è tuttora infausta. Nonostante la terapia chirurgica, la chemio e la radioterapia, solo circa il 5% dei pazienti colpiti da glioblastoma sopravvive, per gli altri la morte sopraggiunge in media entro circa 15 mesi dalla diagnosi. Vi è un grande sforzo della ricerca biomedica nel cercare nuovi farmaci o cure contro questo tumore”.

Lo studio pre-clinico, pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One, ha mostrato come l’estratto acquoso ottenuto dalla pianta Ruta graveolens L. sia in grado di indurre la morte di cellule di glioblastoma coltivate in vitro. La ricerca è stata coordinata da Luca Colucci-D’Amato, docente di Patologia generale della Seconda Università di Napoli.

“Le sostanze naturali – ha spiegato Claudia Ciniglia, docente di Botanica della SUN – rappresentano un’importante sorgente di nuove molecole con attività terapeutica in molte malattie incluso il cancro. In particolare, Ruta graveolens L. è una pianta erbacea, molto diffusa in Italia, della famiglia delle Rutacee, cui appartengono anche i più noti agrumi”.