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Columbia University, ma provocano stress e lasciano il segno anche sulla pelle

Il 95 per cento di noi ha dei segreti. Ne teniamo chiusi nel cuore in media 13 alla volta, cinque dei quali davvero inconfessabili, di cui non abbiamo mai fatto menzione a nessuno.
Questa abitudine però può essere dannosa per la salute: aumenta infatti i livelli di cortisolo, ormone dello stress, cosa che può portare a problemi di intestino e metabolismo, pressione alta, invecchiamento della pelle e un sistema immunitario debole. Non è tanto nascondere i segreti a provocare questo, quanto pensarci di continuo. È quanto emerge da una ricerca della Columbia University di New York, pubblicata sulla rivista Journal of Personality and Social Psychology. La ricerca ha preso in esame 10 diversi studi, approfondendo anche i segreti che più frequentemente manteniamo. Tra questi, fantasie sessuali o romantiche su una persona che non è il nostro partner, questioni finanziarie o familiari, ambizioni, scarsa considerazione di noi stessi e persino, più in fondo nella classifica, avere un aborto.

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A fare da spia è stata l’intelligenza artificiale

Scoperti i segreti usati dal cervello per riconoscere i volti umani: a fare da ‘spia’ è stato un programma di intelligenza artificiale sviluppato sotto la guida di Tomaso Poggio, dell’Istituto di Tecnologia del Massachusetts (Mit), e con la collaborazione di Fabio Anselmi, dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit). 
Pubblicato sulla rivista Current Biology, lo studii mostra come possano emergere nuove proprietà non programmate inizialmente, facendo così luce sui meccanismi interni del cervello umano.
Nonostante i grandi progressi fatti in questi anni nello sviluppo di software inspirati al nostro cervello e capaci di riconoscere volti o oggetti presenti nelle foto, ben poco si sa con certezza sui veri meccanismi cerebrali. Ma sviluppando un programma di intelligenza artificiale, basato sul cosiddetto modello delle reti neurali, i ricercatori sono arrivati adesso a un’importante traguardo che fa luce sul funzionamento del cervello.
Mettendo al lavoro il software sul riconoscimento dei volti i ricercatori hanno infatti scoperto che il programma aveva sviluppato alcuni passaggi non previsti dai programmatori ma utili al raggiungimento dell’obiettivo. Una proprietà emersa in modo spontaneo e che potrebbe essere il frutto di un meccanismo interno esistente anche nel cervello umano e alla base dell’intelligenza. Anche se la scoperta non dimostra in modo diretto cosa avviene davvero nel cervello “credo che sia una forte evidenza che ci troviamo sulla strada giusta”, ha detto Poggio.

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Ricostruito Dna dell’antrace che provocò 66 vittime in Urss nel 1979

Ricostruiti dopo 37 anni i segreti della cosiddetta “Chernobyl biologica”, l’incidente batteriologico che avvenne il 2 aprile 1979 nella città sovietica di Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg) dovuto alla fuga di spore di antrace da uno stabilimento segreto di armi biologiche. A partire da campioni di due delle almeno 66 vittime i ricercatori guidati da Paul Keim, dell’università Northern Arizona, sono riusciti a ricostruire l’intero Dna dei microrganismi dispersi. 

Lo studio pubblicato in anteprima sul giornale online bioRxiv dimostra che gli scienziati del programma sovietico clandestino di bioarmamenti non avevano modificato il ceppo batterico per renderlo più resistente e letale.

Tenuto nascosto per anni dal regime sovietico, l’incidente di Sverdlovsk fu dovuto alla dispersione di antrace dallo stabilimento dove si producevano armi biologiche in modo clandestino, erano infatti vietate in base a una convenzione internazionale. Molte delle prove e cartelle cliniche delle vittime vennero eliminate e anche sul numero preciso di morti ci sono molte stime differenti. A distanza di quasi 40 anni il lavoro dei ricercatori americani ha permesso però di scoprire qualche dettaglio in più sull’incidente e cercare di capire qualcosa in più sui programmi sovietici di ricerca bellica. Analizzando campioni da due vittime i ricercatori sono riusciti a ricostruire integralmente il genoma dei batteri usati nei laboratori e scoperto che il ceppo usato non era stato modificato dai biologi sovietici, rendendolo ad esempio resistente a farmaci e vaccini. Lo studio fornisce anche uno strumento utile nel caso di attacchi terroristici: “adesso ne abbiamo l’impronta molecolare – ha spiegato Roland Grunow, uno degli autori dello studio – se il ceppo dovesse emergere di nuovo sapremmo riconoscerlo rapidamente”.