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Meglio un approccio rilassato, può aumentare la voglia di movimento

Ci si iscrive in palestra per migliorare la forma fisica, ma si finisce per smettere dopo poche settimane. Il problema suona spesso familiare, ma non è senza soluzione. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista BMC Public Health, la chiave per mantenere la motivazione è avere un approccio rilassato, concentrandosi sulla sensazione di benessere che deriva dall’esercizio, e non sulla sua intensità o sul senso del dovere.
La ricerca, condotta presso l’Università del Michigan, ha incluso 40 donne tra i 22 ei 49 anni. Di queste, 29 erano inattive (facevano meno di due ore settimanali di esercizio fisico), mentre 11 attive (lo facevano per almeno due ore). I ricercatori hanno posto loro domande sull’atteggiamento verso l’esercizio fisico. Ne è emerso che le inattive, condividevano alcune convinzioni: ad esempio, che l’esercizio per essere “valido” doveva essere intenso, e che il fare attività fisica impediva loro di rilassarsi nel tempo libero. Inoltre dichiaravano di sentirsi “sotto pressione” e di dover fare sport per migliorare la salute o perdere peso. Queste aspettative circa l’attività fisica, secondo cui deve essere intensa per essere efficace, frenano però le donne dal raggiungere gli obiettivi di allenamento. Un approccio più rilassato, invece, potrebbe aumentare la motivazione. Le donne attive fisicamente, infatti, ritenevano che “non è la fine del mondo” si salta la palestra e non ponevano l’esercizio tra le massime priorità, ma non ritenevano neanche che fosse da ostacolo per il loro tempo libero. Questo modo di vedere le cose, conclude lo studio, potrebbe aumentare la voglia di fare movimento.

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Aiuta a prevenire le cadute

Pronto il primo robot indossabile con ‘il senso dell’equilibrio’, che potrebbe fare da apripista a una nuova generazione di nuove strategie per far interagire uomini e macchine. E’ stato messo a punto fra Italia e Svizzera e previene le cadute aiutando le gambe di anziani e disabili a ritrovare l’equilibrio dopo uno scivolamento.
Leggero, silenzioso e personalizzabile in appena 60 secondi, è stato sviluppato dall’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in collaborazione con il Politecnico di Losanna (Epfl). La tecnologia, illustrata sulla rivista Scientific Reports, è in sperimentazione al centro di riabilitazione ‘Don Carlo Gnocchi’ di Firenze, e in futuro potrebbe aprire la strada ad una nuova generazione di esoscheletri leggeri capaci di cooperare con l’uomo in vari settori, dalla salute fino alla produzione manifatturiera.
Il robot anti-caduta è composto da un’imbragatura elettronica sistemata all’altezza delle anche, con bretelle in fibra di carbonio. Dopo essere stato adattato alla taglia della persona, il robot individua le peculiarità dell’andatura e della falcata: il tutto richiede meno di 60 secondi, come spiega Silvestro Micera, bioingegnere e neuroscienziato dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna e dell’Epfl. Una volta fissato il modello, l’algoritmo è in grado di identificare gli scostamenti rispetto all’andatura normale che annunciano l’imminente caduta. A quel punto, i motori esercitano una pressione sulla parte superiore delle gambe ripristinando la stabilità della persona, il tutto senza provocare alcun disturbo.
“Il nostro studio – spiega Nicola Vitiello della Scuola Superiore Sant’Anna – pone le fondamenta per immaginare una nuova generazione di robot leggeri e indossabili, che aumentano le capacità di movimento di utenti con piccole disabilità agli arti inferiori, fornendo loro maggiore forza ed equilibrio”. Lo sviluppo di simili tecnologie impone una sfida complessa: prevedere la variabilità del comportamento umano. “Siamo fiduciosi che nel prossimo futuro, anche grazie ai risultati di questo studio, si potranno sviluppare nuove soluzioni per far interagire persone e robot come fossero un unico sistema”, conclude il ricercatore Vito Monaco.

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Prima imparare parlare, a 6 mesi attratti da chi protegge deboli

Siamo ‘programmati’ per amare i supereroi che combattono contro i cattivi. Il nostro senso di giustizia (e quindi l’amore per gli eroi che fanno del bene) è sostanzialmente innato. La giustizia la riconosciamo ancora prima di imparare a parlare. Già a sei mesi di vita infatti, da bambini, ci ritroviamo attratti da figure che proteggono i deboli. A evidenziarlo uno studio dell’Università di Kyoto, pubblicato su Nature Human Behaviour. Gli studiosi hanno esaminato 132 piccoli, di sei e dieci mesi.
In una serie di esperimenti, ai bimbi sono stati mostrate animazioni in cui un personaggio con fattezze di figura geometrica inseguiva un altro e vi sbatteva contro, con un terzo personaggio che guardava invece da lontano, in alcuni casi intervenendo o fuggendo. Poi sono seguite repliche ‘real life’, cioè basate su situazioni reali, da cui è emerso che i bambini erano più propensi a scegliere il personaggio che interveniva.
“A sei mesi sono ancora in una fase di sviluppo iniziale, e la maggior parte non saranno ancora in grado di parlare. Tuttavia possono già comprendere le dinamiche di potere tra questi diversi personaggi, cosa che suggerisce che riconoscere l’eroismo è forse una capacità innata”, rileva David Butler, uno dei collaboratori allo studio. Crescendo, i piccoli sviluppano una comprensione più complessa della giustizia e il prossimo passo del team di ricerca è proprio tracciare il percorso di questo sviluppo, anche per contribuire a soluzioni contro il bullismo. “In questo studio, a sei mesi i bambini non hanno mostrato una preferenza per un tipo di aiuto intenzionale piuttosto che accidentale, mentre a dieci mesi lo hanno fatto” sottolinea Masako Myowa, autrice principale della ricerca.

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Fatti con staminali, per studiare Sla, Parkinson e autismo

Circuiti nervosi sintetici simili a cervelli in miniatura, prodotti in laboratorio grazie alle cellule staminali, hanno permesso di osservare ‘in diretta’ come si origina il senso innato del ritmo che regola azioni ripetitive, come quella del respirare o del camminare: descritti sulla rivista eLife dai ricercatori del Salk Institute di La Jolla, in California, potrebbero essere usati come modello per studiare malattie che interessano la ritmicità dei movimenti, come il Parkinson, l’autismo e la sclerosi laterale amiotrofica (Sla).

”E’ difficile immaginare come gruppi molto numerosi di neuroni con miliardi e miliardi di connessioni riescano ad acquisire un’informazione per poi processarla – ammette il coordinatore dello studio, Samuel Pfaff – ma sviluppando questi semplici circuiti nervosi in laboratorio possiamo dedurre alcuni dei principi di base che regolano il funzionamento dei circuiti cerebrali reali, iniziando a capire cosa va storto in caso di malattia”.

I circuiti nervosi artificiali, definiti ‘circuitoidi’, sono stati ottenuti coltivando in provetta delle staminali embrionali di topo, indotte a differenziarsi in cellule nervose del midollo spinale. Ogni circuitoide è formato da circa 50.000 neuroni che si raggruppano in un ammasso visibile anche a occhio nudo. All’interno si possono distinguere diversi tipi di cellule nervose, con attività eccitatoria o inibitoria: variando le loro proporzioni, I ricercatori hanno scoperto che è possibile ottenere circuitoidi che ‘sparano’ spontaneamente segnali in maniera ritmata, più o meno veloce. ”Variare il rapporto tra neuroni inibitori ed eccitatori all’interno dei circuiti nervosi potrebbe essere il modo con cui il cervello crea circuiti complessi ma flessibili per governare l’attività ritmica”, spiefa Pfaff. La stessa strategia potrebbe essere sfruttata per mettere a punto nuove terapie per i diturbi del movimento.

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Studio, compare prima di deficit cognitivi rilevabili

La solitudine e il senso di esclusione possono essere un sintomo importante che anticipa la comparsa dell’Alzheimer negli anziani. Lo ha verificato uno studio del Brigham and Women’s Hospital di Boston, pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry. Le placche di proteina beta-amiloide che si formano nel cervello, tipiche della malattia, sono infatti presenti in maggior quantità negli anziani che riportano di sentirsi soli, ma che non mostrano ancora deficit cognitivi clinicamente rilevabili.
La solitudine potrebbe essere quindi associata ai primi cambiamenti provocati nel cervello dall’Alzheimer, prima ancora del peggioramento delle funzioni cognitive. Per arrivare a questa conclusione, i ricercatori guidati da Nancy Donovan, hanno studiato con la pet il cervello di 79 anziani, apparentemente sani, con un’età media di 76 anni. Poi hanno fatto un test per verificare quanto ciascuno si sentisse solo; dopo aver controllato altri fattori di rischio (età, sesso, genetica, depressione, ansia, relazioni sociali e status socio-economico), hanno osservato che le persone con Alzheimer allo stadio pre-clinico (cioè prima che la malattia si manifesti con i suoi sintomi classici) si sentono 7,5 volte più sole rispetto a chi non ha nessuno dei primi segnali della demenza.
”La solitudine può essere un sintomo neuropsichiatrico importante per la malattia allo stadio preclinico – scrivono i ricercatori -. I prossimi studi potranno concentrarsi sulla neurobiologia della solitudine negli anziani per migliorare la diagnosi dell’Alzheimer”. Ma per Nicola Ferrara, presidente della Società italiana di geriatria e gerontologia (Sigg), ”l’associazione fatta nello studio non indica un nesso di causalità – rileva – e questa ricerca non ci permette di arrivare a conclusioni con immediate ricadute”.