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Solo una su 7 sa fare iniezioni, e anziani temono errori cure

Badanti senza formazione specifica ma costrette a somministrare medicine, fare iniezioni, occuparsi della delicata igiene di un anziani quando e’ costretto a restare a letto: solo 1 su 7 ha competenze di questo tipo e conosce le tecniche di base di cura e igiene. E sono gli anziani stessi infatti che a volte non si sentono perfettamente sicuri nelle loro mani, pur ritenendoli un punto di riferimento essenziale e irrinunciabile nella propria esistenza: uno su tre teme che la propria badante possa commettere sbagli nel dare i farmaci.
Una preoccupazione fondata, visto che il 77% delle badanti è di nazionalità straniera e quindi alla scarsa formazione sanitaria si aggiungono gli inevitabili ostacoli correlati a una maggiore difficoltà di comprensione delle indicazioni mediche. Per questo è partito in 9 regioni il progetto SIGG (la Societa’ Italiana di Geriatria e Gerontologia) per la formazione dei caregiver: badanti e familiari in 12 ore di lezioni e 30 ore di e-learning a distanza, potranno imparare ad eseguire in modo giusto semplici atti assistenziali come un’iniezione, la misura della pressione o della glicemia, la somministrazione corretta dei farmaci, le tecniche di mobilizzazione e igiene dell’anziano. Coordinata dal Professor Paolo Falaschi, Responsabile dell’Unità di Geriatria dell’Ospedale Sant’Andrea – Sapienza Università di Roma, l’iniziativa è frutto di uno sforzo multidisciplinare che ha coinvolto la Sezione Nursing e i Presidenti delle Sezioni Regionali della SIGG ed è già attiva in Lazio, Marche, Umbria, Toscana, Abruzzo, Molise, Calabria, Sardegna e Lombardia. “I corsi SIGG sono pensati per loro, ma anche per tutti i familiari che si trovino a prestare aiuto ad anziani non più autosufficienti” sottolinea Nicola Ferrara, presidente SIGG.

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Portare un apparecchio acustico fa molto di più che combattere l’ipoacusia nell’anziano: aiuta a rallentare il declino cognitivo che arriva con gli anni e che, secondo un recente studio, viene fortemente accelerato proprio dalla perdita di udito.

La ricerca in questione è stata pubblicata sul Journal of the American Geriatrics Society condotto da Helene Amieva dell’Università di Bordeaux, durato 25 anni, coinvolgendo 3670 soggetti over-65.

“Lo studio è notevole per durata e grandezza del campione”, spiega Nicola Ferrara, Presidente della Società Italiana di Geriatria e Gerontologia che fa notare “nonostante l’elevata prevalenza dei disturbi uditivi in età geriatrica e le negative conseguenze sulla qualità della vita e sullo stato cognitivo, i deficit uditivi sono largamente sottodiagnosticati e sottotrattati”.

“C’è spazio per un maggiore utilizzo di apparecchi acustici, che sono cioè sottoutilizzati rispetto a tutti i pazienti che ne avrebbero bisogno; per vari motivi, in primis perché questi apparecchi, visibili dietro l’orecchio, non sono ben accettati dall’anziano, ma anche perché c’è una scarsa sensibilità medica a questa problematica spesso ritenuta di secondaria importanza.

Se l’ipoacusia fosse riconosciuta non come patologia di serie B, per esempio proprio in considerazione del suo ruolo nel declino mentale, forse ci sarebbe un maggiore impulso da parte dei medici nel consigliare l’uso dell’apparecchio acustico. Infine, c’è una motivazione economica: il nomenclatore tariffario utilizzato in molte Regioni prevede solo un rimborso parziale del costo delle protesi e spesso non prevede l’utilizzo di protesi digitali che rappresentano il presidio più aggiornato per tali disturbi”.

Lo studio di Helene Amieva conferma quanto già sostenuto in altre ricerche e documenta un legame strettissimo tra ipoacusia e declino delle capacità cognitive nell’anziano. In questo lavoro i problemi di udito e l’uso eventuale di apparecchi acustici sono stati determinati per l’intero campione, come pure il loro stato di salute cognitiva: 137 soffrivano di grave perdita di udito, 1.139 di problemi meno gravi e 2.394 non avevano problemi di udito. Nel corso dei 25 anni di osservazione tutti i soggetti sono stati ripetutamente sottoposti a test cognitivi per misurare la velocità del declino cognitivo.

E’ emerso che il declino mentale corre molto più rapido tra coloro che soffrono di ipoacusia e non indossano un apparecchio acustico, mentre procede allo stesso passo tra coloro che non hanno problemi di udito e quanti, pur soffrendone, indossano l’apparecchio.

Lo studio evidenzia una rapporto tra problemi di udito e declino mentale e mostra come questa catena negativa si possa spezzare solo indossando un apparecchio acustico.

“Per superare gli ostacoli culturali verso l’uso di apparecchi sarebbero necessarie campagne di sensibilizzazione sul problema della ipoacusia e della protesizzazione che coinvolgano sia ampi strati di popolazione sia la classe medica”, conclude Ferrara.