Medical News

Dormire per 3-4 ore e per le restanti 21-20 restare svegli migliora i sintomi della depressione molto rapidamente, anche nel giro di un giorno

Dormire meno potrebbe ridurre la depressione. Lo dimostra un maxi-studio pubblicato sul Journal of Clinical Psychiatry, basato sull’analisi dei dati di 66 studi condotti in oltre 36 anni di ricerca su questa materia.
   
La meta-analisi è stata coordinata da Philip Gehrman della Perelman School of Medicine della University of Pennsylvania. E’ emerso che dormire per 3-4 ore e per le restanti 21-20 restare svegli migliora i sintomi della depressione molto rapidamente, anche nel giro di un giorno. Per contro, i farmaci antidepressivi iniziano a funzionare dopo settimane di utilizzo.
   
Dallo studio è emerso inoltre che la metà dei pazienti depressi – indipendentemente dal sesso, dal tipo di depressione e altri parametri – possono giovarsi di questa terapia non farmacologica e ad effetto rapido.
   
Resta da capire in che modo la carenza di sonno – ovviamente gestita da uno specialista e non con il ‘fai-da-te’ che potrebbe portare solo a tanta stanchezza e conseguenze negative – eserciti i suoi effetti antidepressivi rapidi.

Fonte:www.ansa.it

Medical News

Diminuiscono le vampate e contrasta i problemi ossei

Un estratto di trifoglio fermentato può essere di aiuto per contrastare i sintomi della menopausa, come le vampate di calore e le fluttuazioni ormonali. È quanto emerge da uno studio danese, della Aarhus University, pubblicato su Plos One. Gli studiosi hanno preso in esame 62 donne dai 40 ai 65 anni, che riportavano di avere più di 5 episodi di vampate al giorno. La metà ha assunto un estratto di trifoglio fermentato, con isoflavoni e probiotici, l’altra metà placebo.
Dai risultati è emerso che l’estratto diminuiva sia il numero che la gravità delle vampate giornaliere, contrastando anche i problemi ossei che la menopausa con l’età accelera. Il tutto senza effetti collaterali. “È il processo di fermentazione dell’estratto del trifoglio rosso che fa la differenza, in quanto la fermentazione dell’acido lattico aumenta la biodisponibilità dei composti simili a estrogeni (noti come isoflavoni o fitoestrogeni) che il trifoglio rosso ha in abbondanza”, spiega Max Norman Tandrup Lambert, tra gli autori. Una cosa importante come evidenziano gli studiosi è che i dati non sono solo ‘auto-riportati’. Ad esempio, per quanto riguarda le vampate, sono state misurate un ‘conduttore cutaneo’, un dispositivo applicato alla parte inferiore del polso che può determinare il numero degli eventi e la loro severità obiettivamente basandosi sulla secrezione di sudore. Allo stesso modo, l’effetto sulla salute delle ossa è stato testato attraverso le scansioni di mineralometria ossea computerizzata (Moc) della colonna vertebrale e dei fianchi.

Medical News

Un estratto di trifoglio fermentato può essere di aiuto per contrastare i sintomi della menopausa, come le vampate di calore e le fluttuazioni ormonali. È quanto emerge da uno studio danese, della Aarhus University, pubblicato sulla rivista Plos One.
Gli studiosi hanno preso in esame 62 donne dai 40 ai 65 anni, che riportavano di avere più di cinque episodi di vampate al giorno. La metà ha assunto un estratto di trifoglio fermentato, con isoflavoni e probiotici, l’altra metà un placebo. Dai risultati è emerso che questo estratto diminuiva significativamente sia il numero che la gravità delle vampate giornaliere, contrastando anche i problemi ossei che la menopausa con l’età accelera. Tutto questo senza effetti collaterali.
“È il processo di fermentazione dell’estratto del trifoglio rosso che fa la differenza, in quanto la fermentazione dell’acido lattico aumenta la biodisponibilità dei composti simili a estrogeni (noti come isoflavoni o fitoestrogeni) che il trifoglio rosso ha in abbondanza”, spiega uno degli autori della ricerca, Max Norman Tandrup Lambert.
Una cosa importante come evidenziano gli studiosi è che i dati non sono solo ‘auto-riportati’. Ad esempio, per quanto riguarda le vampate, sono state misurate un ‘conduttore cutaneo’, un dispositivo applicato alla parte inferiore del polso che può determinare il numero degli eventi e la loro severità obiettivamente basandosi sulla secrezione di sudore.
Allo stesso modo, l’effetto sulla salute delle ossa è stato testato attraverso le scansioni di mineralometria ossea computerizzata (Moc) della colonna vertebrale e dei fianchi.

Medical News

Sviluppato metodo per isolare composti ‘realmente’ attivi

Dalla Drynaria, un particolare tipo di felce, si estraggono sostanze che possono ridurre i sintomi dell’Alzheimer. Lo ha scoperto team di scienziati giapponesi dell’Università di Toyama, che ha sviluppato un metodo per isolare composti ‘realmente’ attivi presenti in piante medicinali. Le piante medicinali sono usate da millenni per la cura di malattie e in alcuni casi i loro principi attivi sono utilizzati per produrre farmaci. Tuttavia spesso è difficile tenere conto dei cambiamenti che accadono quando questi farmaci vengono metabolizzati dal corpo. “Quindi abbiamo cercato di sviluppare metodi più efficienti per identificare composti attivi che tengano conto di questi fattori”, spiega Chihiro Tohda, autore senior dello studio pubblicato in Frontiers in Pharmacology. Per testare alcuni composti derivati dalla Drynaria Rhizome, sono stati utilizzati topi con Alzheimer indotto. Inizialmente, i ricercatori hanno trattato i topi usando un estratto grezzo di pianta macerata e osservando una riduzione dei disturbi della memoria e un aumento dei livelli di proteine amiloide e tau nel cervello. Quindi hanno esaminato il tessuto cerebrale del topo 5 ore dopo il trattamento con l’estratto, trovando che tre composti della pianta erano entrati nel cervello: la naringenina e due suoi metaboliti. Hanno quindi trattato i topi con naringenina pura e notato gli stessi miglioramenti, il che significa che era ‘realmente’ un composto attivo. In particolare hanno osservato che una proteina chiamata CRMP2 si lega la naringenina nei neuroni, e li induce a crescere, suggerendo che questo potrebbe essere il meccanismo attraverso cui la Drynaria migliora i sintomi della malattia.

Medical News

Ivi, trattamenti sostitutivi a base di testosterone

La ‘menopausa maschile’ esiste ed i suoi effetti possono essere tenuti sotto controllo. Ne parlano gli esperti del Centro Ivi di Madrid, spiegando sintomi e rimedi. A partire dai 40 anni negli uomini si registra una diminuzione progressiva dei livelli di testosterone.
L’ipogonadismo ad insorgenza tardiva, o menopausa maschile, generalmente non interrompe del tutto la produzione di spermatozoi, ma può influenzare la fertilità. Altri sintomi sono la disfunzione erettile, la diminuzione della libido, affaticamento e aumento di peso. Si registrano inoltre debolezza muscolare e la caduta dei capelli, accompagnati anche da perdita di massa muscolare e disturbi come l’osteoporosi e la osteopenia. Molti uomini presentano poi la cosiddetta sindrome metabolica, una malattia correlata all’ipogonadismo, caratterizzata da sintomi come obesità, iperglicemia, elevati livelli di acido urico, ipertensione ed ipercolesterolemia.
“Si tratta di un processo progressivo che porta gli uomini che raggiungono i 70 anni ad avere approssimativamente un 30% in meno di testosterone, l’ormone che mantiene il tono muscolare, la massa ossea e la funzione sessuale”, spiega Carlos Balmori, urologo del Centro Ivi di Madrid. Affrontare questa nuova fase della salute, dicono all’Ivi, significa anche seguire alcune sane abitudini che possono essere sviluppate per mitigare gli effetti dell’andropausa. Daniela Galliano, Direttrice del Centro Ivi di Roma sottolinea che “i controlli preventivi sono molto importanti per controllare i livelli ormonali, del glucosio, del colesterolo e dell’acido urico. E Balmori aggiunge che per quei pazienti che non possano ricostituire questo ormone in maniera naturale, esistono trattamenti a base di testosterone, sia iniettabili che in gel, una vera e propria terapia ormonale sostitutiva non nociva.

Medical News

Lo studio di un team dell’Università di Cagliari

Alcuni derivati dalle piante indiane rallentano i sintomi della Sla. Lo dimostra lo studio di un gruppo di ricerca interdisciplinare dell’Università di Cagliari pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Si tratta degli estratti dalla Withania somnifera e dalla Mucuna pruriens, piante impiegate da secoli dalla medicina tradizionale indiana (Ayurveda).
Il team guidato da Anna Liscia, ordinario di Fisiologia dell’Ateneo del capoluogo sardo, si è avvalso della collaborazione di diversi centri di ricerca. “Lo studio è stato effettuato con l’impiego del moscerino della frutta, la Drosophila melanogaster – spiega Liscia – che, grazie alla comune presenza di geni e a una simile organizzazione e modalità cellulare di funzionamento col sistema nervoso umano, costituisce un potente modello traslazionale per lo studio delle basi biologiche di malattie neurodegenerative attualmente senza cure quali la Sla”. Possibili sviluppi. “In accordo con i clinici coautori dell’articolo questi risultati – annuncia la docente – potrebbero aprire nuove strade nell’affrontare trattamenti alternativi di questa e di altre malattie simili”.

Medical News

Risultati promettenti da studio pilota su 18 pazienti

E se la cura dell’autismo si nascondesse nella flora intestinale? In uno studio pilota su 18 pazienti, infatti, si è dimostrata la potenzialità del trapianto di flora batterica contro i principali sintomi dell’autismo, ad esempio difficoltà di relazione.
Pubblicato sulla rivista Microbiome, lo studio è stato condotto da Ann Gregory della Ohio State University.
Il trapianto di flora intestinale da donatore sano è oggi in uso clinico per gravi e incurabili infezioni intestinali (come da Clostridium resistente a antibiotici). Ma la ricerca su questo fronte è molto attiva in quanto si ritiene che ripristinando la flora batterica si possano curare svariate malattie, non solo intestinali (morbo di Crohn, colite etc), ma anche neurologiche, come ad esempio l’autismo.
Peraltro in passaato è emerso che i pazienti autistici presentano alterazioni della flora intestinale e manifestano spesso anche varia sintomatologia a carico dell’intestino (da diarrea ricorrente a costipazione, etc).
Di qui l’idea di vedere ‘ripulire’ l’intestino di pazienti autistici eliminandone la flora batterica e poi ricolonizzarlo con batteri che compongono il microbiota di individui sani.
E’ quanto hanno fatto nel loro studio clinico pilota i ricercatori Usa, coinvolgendo pazienti autistici di 7-16 anni.
Il loro intestino è stato prima “bonificato” con un ciclo di antibiotici e una serie di clisteri. Successivamente ricolonizzato con la tecnica del cosiddetto trapianto fecale che non è altro che, appunto, la somministrazione di nuova flora intestinale ottenuta da donatori sani. Tutto il trattamento è durato diverse settimane, dopo di che per altri due mesi i ricercatori hanno osservato i pazienti e riscontrato miglioramenti sia nei sintomi di carattere intestinale, sia in quelli più tipici dell’autismo, come le difficoltà relazionali o i problemi del sonno.
Per quanto si tratti di un piccolo studio, i risultato sono, a detta degli autori, così significativi da costituire la premessa per uno studio clinico più ampio.

Medical News

Maggiore probabilità male a orecchie, fatica e dolori muscolari

I virus dell’influenza e del raffreddore potrebbero colpire più duramente le donne rispetto agli uomini. Lo afferma uno studio, basato sui sintomi riportati dai pazienti, presentato alla conferenza Id 2016 della Infectious Diseases Society of America condotto dalla Uniformed Services University of the Health Sciences, una scuola di medicina per militari Usa.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 777 uomini e donne, tutti militari o familiari, che sono stati visitati in cinque ambulatori dell’esercito. In tutti i casi è stato determinato il tipo di infezione, e d è stato chiesto ai pazienti di tenere un diario dei sintomi stimandone la gravità. Dallo studio è emerso che enterovirus e coronavirus, che causano il raffreddore, e virus influenzali colpiscono uomini e donne con la stessa frequenza.
“Tuttavia le donne hanno una maggiore probabilità di riportare dolore alle orecchie moderato o grave, mal di testa e riduzione dell’appetito alla prima visita dal medico – spiega Robert Deiss, l’autore principale, al sito Livescience -. Le donne hanno anche una probabilità maggiore di riportare fatica e dolori muscolari”.
Le differenze, sottolinea l’autore, appaiono a partire dal terzo giorno di malattia. “Quello che possiamo concludere – spiega – è che c’è una differenza in come vengono riportati i sintomi, mentre servono altre indagini per verificare se c’è una differenza biologica in come evolvono le infezioni, che potrebbe essere dovuta a fattori ormonali”.

Medical News

Da infiammazione a dolore ascella,ecco a cosa fare attenzione

Non solo i noduli: circa 1 donna su 6 (il 17 per cento) con diagnosi di tumore al seno manifesta sintomi diversi della malattia, tra i quali ulcerazioni della mammella, anomalie del capezzolo, infezioni del seno o infiammazioni, gonfiore al braccio o all’ascella o dolore all’ascella stessa. Non sempre però vi è piena consapevolezza di questi ‘segnali’ e la visita dal medico viene rimandata. È quanto emerge da uno studio dello University College London, presentato alla National Cancer Research Institute (NCRI) Cancer conference a Liverpool.

    I ricercatori hanno esaminato i dati di più di 2.300 donne con diagnosi di cancro al seno nel Regno Unito nel 2009-2010.

    Hanno scoperto che, sebbene la maggior parte avesse cercato aiuto in fretta, quelle con sintomi diversi dai noduli risultavano più propense a ritardare la visita dal medico. Non solo: meno propense a rivolgersi subito al dottore erano anche coloro che avevano sia il nodulo sia altri sintomi. Quelle con ulcerazioni della mammella, anomalie del capezzolo, infezioni del seno o infiammazioni, il braccio o l’ascella gonfi, e dolore all’ascella avevano maggiore probabilità di aspettare più a lungo di tre mesi prima di rivolgersi al medico. 

”È fondamentale che le donne siano consapevoli del fatto che un nodulo non è l’unico sintomo di tumore al seno – spiega Monica Koo, che ha presentato la ricerca – se vi è preoccupazione per qualsiasi sintomo che riguarda il seno, la cosa migliore da fare è un controllo medico il più presto possibile. Fare una diagnosi precoce è davvero cruciale per aumentare le possibilità di sopravvivenza”.