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La mortalità può essere causata direttamente dal colpo di calore o dall’aggravamento di malattie croniche

Il colpo di calore rappresenta un’emergenza sanitaria e come tale va trattata. Lo afferma il direttore del Centro di Travel medicine and Global Health Walter Pasini nel precisare che “il colpo di calore è caratterizzato dall’aumento abnorme della temperatura corporea, che può raggiungere i 40 gradi, con incapacità del corpo di disperdere calore. La mortalità può essere causata direttamente dal colpo di calore o dall’aggravamento di malattie croniche di tipo cardio-vascolare, polmonare, renale o a malattie psichiatriche”.
Il soggetto, precisa il medico, manifesta sintomi e segni a carico del sistema nervoso centrale che possono arrivare a confusione e coma, da pelle secca, nausea, tachicardia e tachipnea.
L’anziano rappresenta la categoria di persone maggiormente a rischio per una serie di ragioni. la maggiore probabilità di avere una poli-patologia cronica, la ridotta percezione della necessità di bere per compensare la disidratazione, le condizioni economiche che non permettano la fruibilità di un condizionatore d’aria., la minor efficienza dei meccanismi di risposta dei meccanismi di adattamento all’aumento di calore.
L’organismo, continua Pasini, reagisce all’aumento della temperatura esterna con due risposte: la prima è la vasodilatazione cutanea e lo spostamento del flusso sanguigno dagli organi splancnici alla cute e la seconda è la sudorazione attraverso vie colinergiche. La prima comporta uno stress per il sistema cardiovascolare, la seconda disidratazione se le perdite non sono compensate con acqua.
La condizione di solitudine dell’anziano, se questi vive solo, rappresenta un fattore di rischio di carattere socio-economico che può essere di grande rilevanza se associato a fattori di rischio di tipo medico. “Durante le ondate di calore – è l’appello di Pasini – deve scattare una solidarietà collettiva nei confronti dei nostri vecchi, da parte dei familiari, degli amici, delle parrocchie, delle associazioni del volontariato, dei comuni, dei giovani. Anche una permanenza di poche ore in ambienti dotati di aria condizionata e l’invito a bere acqua durante tutta la giornata possono essere misure di fondamentale importanza”.

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Ricerca dell’università di Padova, 87% si connette a siti pornografici

Il giovane “maschio italiano” non apprende più le istruzioni per crescere dal papà, ma da internet, che diventa la guida anche per la vita sessuale, aumentando però incertezze e insicurezze. La ‘fotografia’ sui ragazzi nel 2017 l’ha scattata una ricerca fatta dal prof. Carlo Foresta, dell’Università di Padova. E’ il risultato di oltre dieci anni di lavoro del Progetto Andrologico Permanente, sviluppato dalla Fondazione Foresta Onlus che ha studiato la popolazione studentesca maschile dall’anno scolastico 2005-06 fino al 2016-17. Una mole di dati raccolti con questionari anonimi tra oltre diecimila ragazzi all’ultimo anno delle superiori.
I giovani maschi italiani sono divenuti sensibilmente più alti (da 1,76cm a 1,78cm), un poco più grassi (da 69kg a 71kg), sempre più interessati all’attività sportiva, facendo anche un uso maggiore di integratori, spesso ordinati su siti web. Si è abbassata l’età della prima sigaretta (da 15,7 anni a 13,2 anni) ed è sempre più diffuso l’uso, non importa se abituale, della marjiuana (chi l’aveva provata era il 49,5% della popolazione giovane nel 2005 mentre oggi è il 76%); si è anche abbassata la percentuale giovanile che dichiara di fare uso di ecstasy, eroina e cocaina.
Quanto alla sfera sessuale, emerge che internet è la fonte primaria di informazione sulle tematiche sessuali (80,1%; nel 2005, era il 50,1%), e che i giovani che si connettono a siti pornografici sono saliti dal 47% del 2005 all’attuale 87%. Il 54% dei giovani in età di diploma superiore ha ormai abituali rapporti sessuali completi (solo per il 63% protetti), mentre aumenta l’orientamento omosessuale (dal 4% al 6%). Ma se il web fa da ‘padre’ anche nel sesso, c’è anche un effetto negativo legato all’aspetto patologico. Nel 2005 solo l’8,8% dei soggetti intervistati dichiarava di registrare disturbi della funzione sessuale (mancanza di desiderio, eiaculazione precoce o ritardata, disfunzione erettile); oggi invece – sostiene la ricerca di Foresta – i soggetti con disturbi sono il 26%, con una forte incidenza di problematiche legate alla riduzione del desiderio (10,4%). Sintomo che anche psicologicamente, secondo i curatori della ricerca, può essere messo in relazione allo squilibrio tra messaggi digitali e contatto con la realtà vissuta delle relazioni e dei rapporti con l’altro.