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Su Tv2000 le loro storie con la ong Cuamm

‘Ciao mamma, vado in africa’. E’ il saluto, simbolico, di tanti giovani medici e specializzandi che hanno deciso di partire per coronare un sogno, quello di lavorare nei paesi africani: partiti con la ong ‘Medici per l’Africa Cuamm’, raccontano il continente africano attraverso le storie e i volti conosciuti durante le loro missioni in una serie in cinque puntate, dal titolo appunto ‘Ciao mamma, vado in Africa’, realizzata da Nicola Berti, con la sceneggiatura di Marco Lodoli e trasmessa da Tv2000 dal 14 al 18 febbraio.
Molti di loro, professionisti non necessariamente in fuga, sono partiti alla volta dell’Africa insieme ai volontari del Cuamm per coronare un progetto o, semplicemente, per fare un’esperienza nell’ambito della cooperazione e dello sviluppo.
La serie indaga le motivazioni che hanno spinto i giovani trentenni a partire e descrive le situazioni, spesso davvero complicate, in cui hanno dovuto mettersi in gioco. Le loro testimonianze rappresentano istantanee su realtà in frenetico cambiamento, punti di vista che possono aiutare lo spettatore a capire qualcosa di più sull’Africa. Cinque puntate per altrettanti paesi e nove protagonisti: specializzandi in medicina e neo specialisti, ma anche logisti e amministrativi, tutti accomunati dal desiderio di aiutare chi ha bisogno.
“Non è facile – racconta una delle protagoniste, Sara Chiurchiu di Roma, 32 anni, specializzanda in pediatria ed ora impegnata in Tanzania – restare lontano dalla propria famiglia, ma qui senti non di fare, ma di essere un medico. L’Africa è difficile, è contraddittoria, però ti prende. La sensazione che hai è che ti riempie e quindi alla fine, ci torni”. Anche Francesca Gritti, 34 anni di Bergamo, laureata in Giurisprudenza, lavora con il Cuamm da due anni. Oggi è in Etiopia, dove coordina l’amministrazione dei progetti. In Italia, afferma, “l’immigrato è l’ultimo degli ultimi e mi sono detta: vorrei vedere come vivono, perché decidono di venire.
L’Africa è bella. Dovremmo essere tutti emigranti per un po’, per capire le motivazioni degli immigrati. Mi piacerebbe tornare in Italia e vedere trattare gli immigrati come qui trattano me: coinvolgendomi nella loro vita”.

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Secondo il rapporto sulla presentato dalla Oms, nel mondo 1,25 milioni di persone muoiono ogni anno a causa degli incidenti stradali. Si tratta la prima causa di morte tra 15 e 29 anni.

Il dato “rassicurante” è che la cifra si sta mantenendo  stabile negli ultimi anni nonostante il boom del numero di auto sulle strade del pianeta. Il 90% delle morti, si legge nel rapporto, avviene nei paesi a basso e medio reddito, dove circola però solo il 54% dei veicoli.

L’Europa ha il più basso numero di incidenti per abitante mentre l’Africa ha il più alto. Tra le categorie più a rischio ci sono i motociclisti, tra cui si verifica il 23% delle morti, seguiti dai pedoni (22%), mentre il tasso tra i ciclisti è del 4%. Tre incidenti mortali su 4 hanno come vittime uomini.

“Il rapporto ci dice che siamo sulla buona strada – afferma Margaret Chen, segretario generale dell’Oms – ma che il cambiamento sta avvenendo troppo lentamente”.

Per l’Italia il rapporto riporta 3385 morti per incidente nel 2013, mentre gli incidenti stradali nel complesso costano al paese l’1,8% del Pil. Le ‘pagelle’ dell’Oms promuovono con un otto le leggi, mentre sulla loro applicazione, soprattutto nel campo delle cinture di sicurezza e dei seggiolini per i bambini non andiamo oltre la sufficienza.

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Il Premio Nobel per la Medicina 2015 va a William C. Campbell, Satoshi Omura e Youyou Tu. I tre ricercatori si sono adoperati nella ricerca di cure più efficaci per alcune comuni malattie del terzo mondo (infezioni parassitarie e malaria) che ancora oggi mietono vittime indifese soprattutto nelle zone dell’Africa sub-sahariana, del Sud Asia e del Centro-Sud America.

A dare la notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina è stato come d’abitudine Urban Lendahl, segretario del comitato dei Nobel per la Medicina e la Fisiologia, al Karolinska Institutet di Stoccolm.

I tre ricercatori hanno individuato nuove terapie contro alcune delle malattie più frequenti: Campbell e Omura hanno messo a punto una nuova cura contro le infezioni causate da nematodi, parassiti che causano numerosi disturbi quali la filariosi e notoriamente difficili da eradicare.

Mentre la cinese Youyou Tu ha sperimentato una nuova terapia contro la malaria, grazie alla scoperta della artemisina, uno schizonticida già sperimentato contro alcune forme di malaria ma perfezionato dalla ricercatrice cinese.

Il Nobel per la Medicina 2015 è così andato al terzo mondo, o meglio a scienziati che hanno fatto della lotta alle malattie del terzo mondo l’oggetto della loro ricerca, ottenendo ottimi risultati.

William C. Campbell, Satoshi Omura e Youyou Tu hanno sbaragliato la concorrenza di altri 324 candidati, di cui 57 nominati per la prima volta. Il premio che corrisponde al Nobel per la Medicina è di 900 mila euro circa, pari a 8 milioni di corone svedesi.

Grazie alle ricerche dei tre vincitori, c’è una speranza in più per curare la malaria e le infezioni causate da nematodi che ancora oggi, soprattutto in alcune regioni dell’Africa e dell’America, causano morti perché ancora non sono state messe a punto terapie e cure in grado di bloccare il rapido decorso di queste malattie.

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L’OMS lancia l’allarme. In Africa è attivo un pericoloso focolaio di Meningite ceppo C. Questo sierotipo, per il quale è stato recentemente rilasciato il vaccino, è una novità nel continente africano, dove solitamente spadroneggiava il Ceppo A.

Secondo l’appello firmato, oltre che dall’OMS, da Unicef, Medici senza Frontiere e Croce Rossa Internazionale, sono necessari 5 milioni di vaccini entro gennaio periodo in cui la malattia torna dopo la stagione secca.

Questa vaccinazione di massa ha un precedente molto importante. Negli anni passati grazie alle campagne vaccinali nella cosiddetta ‘cintura della meningite’, che comprende la porzione di Africa subito sotto al Sahara, i casi di malattia del ceppo A sono drasticamente diminuiti negli ultimi anni, soprattutto dopo una campagna che ha portato a 220 milioni di vaccinazioni dal 2010.

“Se non riusciremo ad avere queste dosi andiamo incontro a tempi molto difficili – afferma William A. Perea, coordinatore dell’unità dell’Oms sulla malattia -. Per questo abbiamo lanciato l’appello”

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L’Ebola fa ancora paura. Nonostante i buoni risultati degli ultimi mesi, le sperimentazioni di nuovi protocolli di cura e guarigioni (come nel caso degli italiani Fabrizio Pulvirenti e Stefano Marongiu), l’OMS dichiara che l’emergenza sanitaria è ancora in corso.

“Il Comitato di Emergenza dell’Oms ha stabilito che l’epidemia di Ebola continua a costituire una Emergenza Internazionale di Salute Pubblica, e che le raccomandazioni formulate fin qui ai paesi colpiti dovrebbero essere estese”.

“La risposta all’epidemia è stata troppo lenta”, sottolineano gli autori del rapporto della commissione indipendente istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, “mentre al contrario si è dichiarata finita l’emergenza con troppa fretta nonostante gli allarmi delle Ong sul campo”.

Il rapporto mette anche in evidenza le difficoltà incontrate  dall’Oms nel coordinare gli sforzi con le altre organizzazioni già presenti, a partire appunto dalle Ong, e con le autorità locali.

“Al momento – scrivono gli autori, sei ricercatori internazionali – l’Oms non ha le capacità e la cultura organizzativa per produrre una risposta piena a un’emergenza di salute pubblica. L’Oms deve ristabilire la sua posizione come guardiano della salute pubblica, ma può farlo solo attraverso profondi cambiamenti”.