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de Maria (ACC), servono screening molecolari a basso costo

Sono circa mezzo milione gli italiani con una forte predisposizione genetica al cancro, ma il 60% ne è all’oscuro: ciò è dovuto allo scarso impiego dei nuovi test molecolari che, con costi sempre più contenuti, potrebbero aiutare anche a scegliere le terapie in modo più mirato. Lo afferma Ruggero de Maria, presidente di Alleanza Contro il Cancro (Rete Oncologica Nazionale), nel suo intervento al convegno sul tumore metastatico della mammella organizzato da The European House Ambrosetti al Senato.
“I numeri sono impressionanti”, sottolinea de Maria. “Chi possiede una forte predisposizione genetica ad ammalarsi continua a non saperlo e non intraprende appropriati programmi di prevenzione che potrebbero salvargli la vita”. Senza un identikit molecolare dei tumori “è molto difficile progredire anche nelle terapie”, aggiunge l’esperto. “Negli Stati Uniti e in diversi Paesi europei, la decisione se procedere con la chemioterapia dopo la chirurgia è presa in base a test molecolari molto precisi e non con le metodiche convenzionali usate in Italia. Il risultato è che da noi le pazienti operate per tumore alla mammella rischiano di fare la chemioterapia senza trarne beneficio o, ancora peggio, possono non farla nonostante ne abbiano bisogno per evitare una recidiva”. Alleanza Contro il Cancro, la rete oncologica degli Irccs che dal 29 al 31 ottobre si riunirà al San Raffaele di Milano per il terzo meeting annuale, “sta lavorando per cercare di colmare queste gravi carenze”, ricorda de Maria. “Sebbene ACC abbia prodotto strumenti che potrebbero permettere una caratterizzazione molecolare a basso costo, la validazione clinica e la diffusione nel territorio richiedono un supporto istituzionale; appare quindi evidente la necessità di fornire adeguati strumenti al Ministero della Salute per attivare programmi di ricerca sanitaria che portino rapidamente alla messa a punto di test molecolari ad alta capacità analitica, a basso costo e diffusi nel territorio”.

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Cronici e con dolori, dopo 75 anni peggio che nel resto d’Europa

Longevi ma sofferenti a causa di qualche malattia cronica e con dolori fisici che ne limitano la qualita’ della vita, piu’ per le donne che per gli uomini. E dopo i 75 anni vivono in condizioni peggiori rispetto agli altri anziani europei. E’ l’ultimo rapporto Istat sulla salute in Italia e nell’Unione Europea a dirlo. La speranza di vita a 65 anni (18,9 anni per gli uomini e 22,2 per le donne nel 2015) è più elevata di un anno rispetto alla media Ue. Un anziano su due soffre di almeno una malattia cronica grave. Più di un terzo degli anziani, esattamente il 37,7%, riferisce di aver provato dolore fisico, da moderato a molto forte, nelle quattro settimane precedenti l’intervista, un valore che tuttavia è inferiore alla media Ue e simile a quanto rilevato per la Spagna.
Il 23,1% degli anziani ha gravi limitazioni motorie, con uno svantaggio di soli 2 punti percentuali sulla media Ue, principalmente dovuto alla maggiore quota di donne molto anziane in Italia. L’Istat rileva anche che tra gli anziani con grave riduzione di autonomia nelle attività di cura della persona il 58,1% dichiara di aver bisogno di aiuto o di averne in misura insufficiente. La quota di aiuto non soddisfatto appare superiore al Sud (67,5%) e tra gli anziani meno abbienti (64,2%). Oltre un anziano su quattro (25,9%) dichiara di poter contare su una solida rete di sostegno sociale, il 18% su una debole e uno su due si colloca in una situazione intermedia. Nonostante le precarie condizioni di salute, in Italia sono 1 milione e 700 mila (pari al 12,8%) gli anziani in grado di offrire cure almeno una volta a settimana a familiari e non familiari con problemi di salute.

Fonte:www.ansa.it

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Dal 18/9 la Settimana nazionale

Lo Shiatsu, antica pratica orientale, conquista gli italiani: tra le varie discipline del benessere è, infatti, il rimedio antistress preferito dal 19% ed oggi sono circa 6 milioni gli italiani che beneficiano di questo trattamento e circa 600 mila ne fanno uso abitualmente. Proprio per approfondirne la conoscenza, è ai nastri di partenza dal 18 al 25 settembre la Settimana dello Shiatsu’, con iniziative in tutta Italia. ‘Shiatsu, Ambiente e Salute’ è il tema della Settimana, giunta alla sesta edizione. La FISieo (Federazione Italiana Shiatsu Insegnanti e Operatori), spiega la presidente Dorotea Carbonara, “ha scelto questo tema perché dimostra come lo Shiatsu sia una disciplina che, per quanto affondi le proprie origini in tempi antichi, è al passo con i tempi”. Ormai infatti, sottolinea Nadia Simonato, responsabile dell’iniziativa, “è ben noto che lo Shiatsu è una disciplina che può dare un importante contributo all’educazione alla salute ed è in grado di stimolare un riequilibrio che interessa simultaneamente sia il corpo fisico sia gli aspetti psichici ed emozionali. Conseguenza: favorisce lo sviluppo di un nuovo atteggiamento mentale e di uno stile di vita all’insegna di un’armonica relazione con l’ambiente circostante” link no blog. Lo Shiatsu è una pratica manuale che, tramite precise modalità di pressione, agisce sul flusso energetico del corpo favorendo la circolazione. La pressione Shiatsu (dal giapponese Shi = dito e atsu = pressione) si effettua con il dito e precisamente con il pollice, nel quale si trova il maggior numero di recettori sensoriali della mano. E’ possibile però usare anche altre parti del corpo per effettuare la manipolazione: il palmo, quando la zona da trattare è più ampia e richiede un contatto più ampio e avvolgente, oppure il gomito, quando occorre utilizzare una stimolazione più forte per sbloccare un significativo accumulo di energia. La Settimana dello Shiatsu si articolerà in una serie di iniziative al fine di far conoscere tutte le potenzialità di questa antica arte per la Salute (www.infoshiatsu.it/lasettimana) can find on this page. Saranno in programma: STUDI APERTI in tutta Italia dei professionisti iscritti al Registro Operatori Shiatsu FISieo (gli operatori presenti nel territorio nazionale sono oltre 500). Su prenotazione si potrà avere un trattamento gratuito di prova; SCUOLE APERTE con presentazione di corsi professionali, amatoriali e workshop, attività promozionali delle scuole accreditate FISieo (le scuole accreditate nel territorio nazionale sono 40 ed i professionisti attestati dopo aver superato un apposito esame sono 500); EVENTI nelle maggiori città italiane.

Fonte:www.ansa.it

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78% non sa che si può prevenire, fumo principale fattore rischio

Il principale segnale è la presenza di sangue nelle urine, visibile a occhio nudo o solo al microscopio, senza dolore. Altri sintomi iniziali possono essere la necessità di urinare più frequentemente, l’urgenza, il dolore o la difficoltà nel farlo. Il fumo è invece il primo fattore di rischio. Queste alcune informazioni che è essenziale conoscere sul tumore della vescica, di cui non si parla molto , nonostante colpisca ogni anno 26.600 persone e il numero di nuovi casi sia in aumento, e che gli italiani conoscono poco. Il 37% non ne ha mai sentito parlare, secondo il 68% è inguaribile e il 78% non sa che si può prevenire. Il 52% ignora che interessa soprattutto gli uomini e solo il 23% considera il fumo possibile causa.
Emerge da un sondaggio su 1.562 persone dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom). L’indagine fa parte di ‘Non avere TUTimore’, campagna di sensibilizzazione sul Tumore Uroteliale. “Sette italiani su dieci non sanno che attraverso stili di vita sani è possibile evitare il cancro – afferma Carmine Pinto, Presidente Aiom – il 24% fuma regolarmente e la metà almeno un pacchetto al giorno. Questo vizio è la causa di circa il 50% di tutti i tumori del tratto urinario. La presenza di sangue nelle urine rappresenta un campanello d’allarme. Il persistere o ripetersi deve rappresentare un segnale forte da non sottovalutare. Solo il 29% informa il proprio medico”.
“Il 78% dei pazienti italiani riesce a sconfiggere questo tumore – sostiene Sergio Bracarda Direttore del Dipartimento Oncologico Azienda USL Toscana Sud-est, Arezzo -. Finora in fase avanzata è stato principalmente trattato con la chemio, ma non sempre in modo ottimale, per la presenza di complicanze come l’insufficienza renale. E’ difficile da curare perché colpisce soprattutto persone anziane e quindi spesso con altre malattie.Studi clinici hanno evidenziato il ruolo dell’immunoterapia con l’introduzione di anticorpi anti-PD1 e anti-PD-L1. Questi farmaci hanno dimostrato di essere efficaci e meglio tollerati rispetto alla tradizionale chemio”.

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Pinto (Aiom), oggi è più ‘dolce’, non credere a pseudoscienza

L’87% degli italiani sa cos’è la chemioterapia, ma al 68% questi farmaci contro il cancro fanno ancora paura e il 78% ignora che oggi sono più “dolci” rispetto al passato perché più efficaci e meno tossici. È la fotografia del livello di conoscenza di una delle principali armi contro il cancro scattata dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) in un sondaggio che ha coinvolto 1.010 cittadini.
E per far capire come la cura farmacologica contro i tumori sia cambiata la società scientifica ha realizzato il libro ‘Chemioterapia 100 domande 100 risposte’, disponibile sul sito www.aiom.it. Il progetto è realizzato con il contributo non condizionato di Sanofi Genzyme. La chemioterapia “è ancora oggi arma fondamentale da non trascurare – sottolinea Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM -. Questo libro vuole essere una guida per tutti i cittadini per comprendere a fondo la terapia che in più di 70 anni ha rappresentato il cardine della lotta ai tumori e che è ancora insostituibile nella cura della maggioranza delle neoplasie. Negli anni sono state diffuse mistificazioni prive di fondamento per screditarne l’efficacia e allontanare i pazienti.
Contemporaneamente abbiamo anche assistito alla pericolosa diffusione di teorie pseudoscientifiche sulle cure miracolose del cancro. Sulla chemioterapia inoltre grava lo stigma di una cura con ‘pesanti’ effetti collaterali che spesso fanno paura più del cancro stesso, reminiscenza del passato e molto lontane dalle attuali possibilità terapeutiche”. Il sondaggio evidenzia la scarsa conoscenza degli italiani: per il 53% la chemio non permette di condurre una vita “normale” e per il 37% è un trattamento ormai superato. La chemioterapia invece, spiega Pinto, “si è innovata, non è più quella di 30 anni fa, è più ‘dolce’. Inoltre oggi abbiamo a disposizione trattamenti complementari che ne riducono in maniera rilevante gli effetti collaterali come la nausea e il vomito e, con le dovute differenze, sono disponibili terapie che non provocano la caduta dei capelli. Oggi inoltre molti nuovi trattamenti sono somministrati in combinazione con la chemioterapia. Più armi quindi insieme per prolungare la vita e migliorare le percentuali di guarigione.

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Poco sopra la media mondiale ma molto lontani dalla soglia dei 10mila passi al giorno

Il mondo cammina poco e l’Italia non fa eccezione. Lo afferma il più grande studio sul tema mai fatto finora, basato sui dati ricavati dagli smartphone di oltre 700mila persone in 111 Paesi, secondo cui la media mondiale è di 5mila passi, con l’Italia poco più su, a 5.500.
I ricercatori dell’università di Stanford hanno utilizzato i dati raccolti dalla app Azumio Argus, che analizza il numero di passi compiuti in base all’accelerometro presente negli smartphone e trasmette in forma anonima oltre a questo dato anche età, genere, peso e altezza dell’utilizzatore. In totale sono stati processati 68 milioni di giorni di registrazione da chi ha scaricato la app.
Gli italiani, circa 5mila, che hanno partecipato, hanno fatto in media 5.296 passi, mentre i ‘camminatori’ maggiori sono risultati gli abitanti di Hong kong, vicini a 7mila. Le Filippine, con poco più di 4mila, hanno invece l’ultimo posto in classifica. “Questo studio è mille volte più grande degli altri sul movimento – afferma Scott Delp, l’autore principale -, e riesce a seguire l’attività delle persone nella loro vita di tutti i giorni in tempo reale, mentre gli altri si basano di solito sull’attività riferita dagli stessi soggetti. Questo apre la strada a nuovi modi di fare scienza su una scala mai toccata prima”.
Dall’analisi è emerso che gli individui nei cinque Paesi con la maggiore ‘disuguaglianza’ nell’attività fisica, dove cioè ci sono persone che camminano molto e altre inattive, hanno il 200% di rischio in più di essere obesi rispetto a quelli con una distribuzione più uniforme. “Messico e Usa hanno la stessa media di passi compiuti al giorno – affermano gli esperti -, ma negli Stati Uniti c’è una maggiore diversità di livelli di attività, che si riflette anche in una maggiore prevalenza di obesità”.

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Gfk, più colpiti i 30enni, a livello globale gli adolescenti

Un terzo degli italiani ammette di essere dipendente dalla tecnologia, la fascia d’età maggiormente interessata è quella dei trentenni. A livello internazionale sono invece gli adolescenti. Lo dice uno studio di Gfk condotto in 17 paesi del mondo che ha coinvolto 22mila persone. Cina, Brasile e Argentina sono i paesi in cui la popolazione trova più difficile fare una pausa dallo schermo. La cyber-dipendenza è ormai un problema riconosciuto anche dalla medicina ma non tutti ne sono consapevoli. Secondo l’indagine, globalmente oltre un terzo degli intervistati (34%) ha ammesso di avere delle difficoltà a prendersi una pausa da smartphone, pc, tv e altri dispositivi anche quando sa che dovrebbe farlo. In Italia la percentuale è del 29%, mentre il 20% dichiara di non avere nessun problema.
Nel nostro paese, come negli altri coinvolti, non ci sono differenze significative tra uomini e donne ma particolarità per reddito e fasce d’età. Dopo trentenni (37%) e teenager (35%), i più colpiti dalla dipendenza sono i quarantenni con il 34% mentre la fascia 20-29 anni è al quarto posto con il 32%. Come succede anche a livello internazionale, le persone ‘over 60’ sono quelle che hanno meno problemi (18%) con la dipendenza.
Guardando al reddito, in Italia le persone che fanno più fatica a mettere in pratica il ‘digital detox’ sono quelle a reddito medio-alto (32%) e basso (31%) mentre la fascia ad alto reddito è quella che ha meno problemi in assoluto (27%).
L’esatto contrario di quello che succede nel resto del mondo. A livello globale, la Cina ha in assoluto la percentuale più alta di persone (43%) che dichiara di avere problemi a staccarsi dalla tecnologia, seguita da America latina (Brasile 42%, Argentina 40%, Messico 38%) e Stati Uniti (31%). Al contrario, la Germania ha la percentuale più alta (35%) di persone fortemente in disaccordo con l’idea che sia difficile fare una pausa dalla tecnologia. Seguono i Paesi Bassi (30%), il Belgio (28%), Canada e Russia (entrambi con il 27%).

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Un gene troppo attivo, regolarlo possibile nuova via di cura

Scienziati italiani hanno scoperto il “grilletto” molecolare di un tumore tra i meno curabili nei bambini, il ‘rabdomiosarcoma’: ripristinando livelli normali dell’attività del gene ‘DNMT3B’ la crescita del tumore si ferma.
Resa nota sulla rivista Oncotarget, la scoperta potrebbe portare allo sviluppo di nuove terapie. Lo studio è stato realizzato presso il reparto di Oncologia Pediatrica del Policlinico Umberto I, grazie anche al sostegno dell’Associazione per la lotta contro i tumori infantili “Io, domani…”.
Il rabdomiosarcoma rappresenta il 5% circa di tutte le neoplasie maligne infantili ed è il sarcoma dei tessuti molli più frequente in età pediatrica. Colpisce soprattutto bambini da 1 a 5 anni, ma anche gli adolescenti e più raramente gli adulti ne possono essere affetti. Il rabdomiosarcoma può svilupparsi in qualsiasi parte del corpo. La sopravvivenza dipende dal tipo di tumore, dalle sue dimensioni, dalla sede di insorgenza, dall’invasione di altri organi. “Negli ultimi 4 anni il nostro gruppo si è focalizzato sull’analisi di particolari caratteristiche biologiche del rabdomiosarcoma al fine di identificare nuovi possibili bersagli terapeutici- spiega Carlo Dominici dell’Università Sapienza di Roma. Gli studi hanno incluso pazienti diagnosticati e trattati presso la Divisione di Oncologia Pediatrica del Policlinico Umberto I di Roma, diretta da Anna Clerico. Gli esperti hanno dimostrato per la prima volta che l’attività del gene DNMT3B – un enzima che spegne diversi geni – risulta esageratamente aumentata nelle biopsie dei pazienti con rabdomiosarcoma. I ricercatori hanno visto che disattivando il gene si può ridurre la crescita delle cellule tumorali, la loro motilità e la loro capacità di formare metastasi. La scoperta apre a interessanti prospettive per l’impiego clinico di protocolli terapeutici mirati a ripristinare il normale funzionamento dell’enzima DNMT3B, conclude Francesca Megiorni che ha condotto il lavoro.

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Riducendo i livelli di un ormone dello stress con farmaci specifici

Italiani hanno scoperto un ‘interruttore’ dei tic, il meccanismo neurale che gli dà origine, studiando la ‘sindrome di Tourette’.
E’ il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports e condotto da Marco Bortolato della University of Utah e Graziano Pinna della University of Illinois a Chicago. Lo studio suggerisce anche una possibile via di cura con farmaci che spengano l'”interruttore” dei tic, farmaci già in uso con altre indicazioni mediche.
La sindrome di Tourette (un disturbo neurologico che esordisce nell’infanzia), spiega Pinna, è associato a molti tic motori e almeno uno vocale, ma esistono altri disturbi da tic e nell’insieme si stima che il 4-5% dei bambini soffra di disturbi da tic. Nella sindrome di Tourette vi è un’estrema variabilità dei tic, che si presentano con significative variazioni di intensità e frequenza. Il tutto si aggrava quando il paziente è in condizioni di stress e tensione. “La nostra ricerca (su modelli animali) – afferma Bortolato – ha dimostrato che lo stress acuto aumenta le manifestazioni simili ai tic tramite l’aumento di ‘allopregnanolone'”, un ormone dello stress prodotto nel cervello. Infatti gli esperti hanno visto che somministrando allopregnanolone agli animali, ne aumentano i tic, e che, al contrario, farmaci che fermano la sintesi di questo ormone riducono frequenza e intensità dei movimenti involontari. “La scoperta apre a nuovi sviluppi terapeutici, e si allinea con precedenti risultati ottenuti in collaborazione con l’Università di Cagliari”, prosegue Bortolato. Questi studi hanno mostrato che farmaci che bloccano la sintesi dell’allopregnanolone riducono i tic in pazienti che non rispondono ad altre terapie. “Studi futuri saranno condotti su nuovi farmaci che possano ridurre la produzione e quindi l’azione dell’allopregnanolone”, conclude Pinna, sì da migliorare la qualità della vita dei pazienti.

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Emanuela Palmerini sui tumori ossei e Daniele Rossini per il colon

Gli Usa premiano l’oncologia italiana: otto giovani italiani, sei donne e due uomini, fanno parte della rosa dei 123 studiosi che riceveranno un riconoscimento nei prossimi giorni a Chicago al congresso che si apre domani dell’American Society of Clinical Oncology. Il Conquer Cancer Foundation Merit Award viene assegnato a questi scienziati, due soli dei quali pero’ lavorano in Italia. Fra questi c’e’ Emanuela Palmerini dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, che ricevera’ per la seconda volta consecutiva il Merit Award per i suoi studi sui tumori rari dell’osso. Un giovane medico italiano specializzando in oncologia, Daniele Rossini dell’azienda ospedaliera di Pisa, è l’altro ricercatore che lavora in Italia.
Rossini è stato premiato per uno studio che dimostra l’efficacia di una nuova strategia terapeutica per il trattamento del cancro al colon-retto in seconda linea, con un beneficio in termini di allungamento dell’aspettativa di vita dei pazienti.
“Se vogliamo continuare a fare grandi passi avanti nella lotta al cancro, abbiamo bisogno di giovani oncologi che si facciano continuamente domande e sviluppino ricerche innovative e provocatorie, afferma David Smith, presidente dell’ASCO Scientific Program Committee. I vincitori degli ASCO Merit Awards 2017 “contribuiranno ad aumentare la nostra conoscenza del cancro ed a migliorare – conclude – la qualità delle cure per le persone che vivono con una diagnosi di tumore”.
Il suo impegno nella ricerca sui sarcomi, tumori rari che in Italia colpiscono però ogni anno oltre 3mila persone, le è valso per il secondo anno di fila il prestigioso riconoscimento ‘Merit Award’ della Società americana di oncologia clinica (Asco). Emanuela Palmerini, oncologa all’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, studia i sarcomi da anni e la sua sfida, afferma, è “riuscire a superare i limiti legati alla rarità di questo tipo di tumori per arrivare a cure più efficaci”. E proprio dal Congresso dell’Asco in corso a Chicago, dove ritira il premio, l’esperta fa il punto sugli ultimi avanzamenti nella lotta a questa neoplasia.
La prima importante notizia è che sono stati messi a punto dei nuovi farmaci, armi in più fondamentali per la lotta ai sarcomi. Molto interesse ha infatti suscitato uno studio presentato al Congresso Asco, il maggiore appuntamento mondiale del settore, dal Sarcoma oncology center di Santa Monica in California: “Si tratta di uno studio di fase III su 433 pazienti con sarcoma metastatico di 79 paesi, tra i quali 3 sono pazienti italiani trattati al Rizzoli che ha partecipato alla ricerca. Si è dimostrato – spiega all’ANSA Palmerini – che un farmaco di nuova generazione, aldoxorubicin, con un sistema di infusione specifico, è più attivo perchè migliora il trasporto intratumorale del medicinale e riduce la tossicità cardiaca”. Questo principio attivo, chiarisce, “si lega all’albumina e consente la somministrazione di dosi maggiori di farmaco, che si concentra e viene rilasciato all’interno del tumore stesso. Il risultato osservato è stata una maggiore sopravvivenza dei pazienti libera da progressione della malattia”. La richiesta di autorizzazione per il nuovo farmaco è stata presentata all’Ente Usa per i farmaci Fda. Ma passi avanti si stanno facendo anche sul fronte dell’immunoterapia, che riattiva il sistema immunitario nel combattere il tumore: “Al congresso Asco sono presentati 3 studi che, anche se in fase ancora iniziale, evidenziano come ci possa essere un buon controllo della malattia”. Anche al Rizzoli, annuncia Palmerini, “nel 2017 partiranno 2 sperimentazioni di immunoterapia, per l’osteosarcoma ed i sarcomi dei tessuti molli”. E nuove speranze arrivano pure per forme super rare e chemioresistenti, come il sarcoma alveolare: “Gli studi genetici, che dimostrano l’attività di nuove molecole contro tali forme – afferma – confermano l’importanza della medicina personalizzata, mirata alle caratteristiche biologiche della malattia”. Dall’Asco 2017, dunque, arrivano “importanti novità che segnano dei passi avanti contro questi tumori difficili da trattare, e ciò è reso possibile grazie alla maggiore comprensione dai meccanismi che regolano i sarcomi”. La “sfida ora – conclude la ricercatrice – è però cercare di superare il limite che deriva dalla grande eterogeneità e varietà dei sarcomi, unendo le forze della Ricerca per promuovere studi sempre più specifici e personalizzati”.
Ha 29 anni ed è al terzo anno di specializzazione in Oncologia all’azienda ospedaliera di Pisa. Il suo progetto è quello di continuare a fare Ricerca, possibilmente in Italia, con un obiettivo: “rendere il cancro una malattia cronica, anche se non ancora definitivamente guaribile, aumentando consistentemente l’aspettativa di vita dei pazienti”. Daniele Rossini studia il cancro del colon-retto e proprio per una sua innovativa ricerca ha ottenuto il prestigioso premio ‘Asco Merit Award’ dalla Società americana di oncologia clinica (Asco), in occasione del congresso Asco in corso a Chicago, il maggiore appuntamento mondiale del settore.
Un riconoscimento importante alla ricerca italiana, assegnato al giovane medico specializzando per lo studio – di cui è primo autore e che ha condotto con il ‘Gruppo oncologico italiano del nord-est’ – che segna una nuova strategia terapeutica contro questa forma di tumore, la più frequente in Italia con circa 52mila nuove diagnosi nel 2016. In pratica, spiega, “ci siamo chiesti: cosa è meglio fare quando, dopo il trattamento di prima linea con la chemioterapia, la malattia nei pazienti progredisce nuovamente a breve? Oggi, la terapia standard prevede una chemio ‘forte’, con la combinazione di 4 farmaci, come primo trattamento, cioè in prima linea; successivamente, in seconda linea, si passa o ad altri tipi di farmaci o ad una chemio più ‘leggera'”. In questo studio, condotto su 303 pazienti affetti da cancro al colon e tutti giunti alla seconda linea di terapia, Rossini ha invece dimostrato, in collaborazione con un’equipe di ricercatori, che “riproponendo la stessa combinazione di farmaci più aggressivi, dopo un periodo di intervallo, si ottengono maggiori benefici: Si è infatti visto – afferma – che i pazienti cui è stato riproposto lo stesso trattamento avevano una sopravvivenza media di 13,6 mesi contro i 10 ed 8 mesi dei pazienti trattati in seconda linea con terapie diverse o più leggere”. Dunque, chiarisce, “dimostrare che questa strategia terapeutica è efficace anche in seconda linea e può essere riproposta è un passo avanti. Questo è il primo studio che lo dimostra, mentre finora, in mancanza di dati, si riteneva che riproporla potesse avere effetti troppo tossici”. E’ cioè “un’arma in più – rileva – considerando che i farmaci ad oggi disponibili contro il cancro al colon, nelle varie fasi, non sono più di una decina e che il rivoluzionario approccio dell’immunoterapia, che risveglia il sistema immunitario contro il tumore, per questo tipo di cancro è ancora in sperimentazione ed è efficace solo in determinati sottogruppi di pazienti”.
Laureato all’Università Sapienza di Roma, Daniele Rossini ha scelto “il centro di eccellenza di Pisa” per specializzarsi: “Questo prestigioso premio dell’Asco per me è la gratificazione al termine di un percorso, sono davvero molto felice”. E alla domanda sul perchè abbia scelto proprio l’oncologia, risponde: “E’ uno dei settori in maggiore sviluppo ed è davvero emozionate vedere i progressi che si fanno di giorno in giorno a favore dei pazienti, anche se non c’è ancora una cura definitiva. Ho scelto di diventare oncologo per aiutare persone che stanno davvero male, con il grande obiettivo e la sfida – conclude – di allungare la loro vita”.