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I risultati della ricerca saranno utili nella lotta ai tumori della pelle

Riprodotta in provetta l’abbronzatura, e non richiede sole, né lampade a raggi Uv: il risultato è stato ottenuto grazie all’applicazione topica di una nuova classe di piccole molecole, capaci di penetrare negli strati profondi della cute attivando gli stessi meccanismi biologici dell’abbronzatura stimolati dai raggi ultravioletti. I risultati dei primi test sono pubblicati su Cell Reports dai ricercatori del Massachusetts General Hospital e del Dana-Farber Cancer Institute di Boston, aprendo così la strada ad una nuova generazione di prodotti per proteggere le pelli più sensibili e prevenire il rischio di tumori come il melanoma.
L’effetto abbronzante di queste nuove molecole è molto differente rispetto a quello ottenuto con le tradizionali creme autoabbronzanti, che colorano lo strato corneo più superficiale della pelle offrendo soltanto un effetto cosmetico, o con gli attivatori di melanina, che accelerano l’abbronzatura.
“L’attivazione della pigmentazione attraverso questa nuova classe di molecole è fisiologicamente identica a quella indotta dai raggi Uv, ma permette di evitare i loro effetti dannosi sul Dna”, spiega il coordinatore dello studio David E. Fisher, dermatologo del Massachusetts General Hospital. “Ora dovremo condurre nuovi studi per valutarne la sicurezza e per capirne meglio il meccanismo d’azione, ma è possibile che portino a nuove soluzioni per proteggere la pelle dai danni degli Uv e dalla formazione dei tumori”.
Le piccole molecole che danno l’abbronzatura artificiale agiscono bloccando degli enzimi che frenano la produzione di melanina. Con un’applicazione topica ripetuta per otto giorni consecutivi, la pelle umana in provetta ha mostrato un’evidente pigmentazione, con la deposizione della variante più scura e protettiva della melanina (chiamata ‘eumelanina’) vicino alla superficie, proprio come accade nelle pelli baciate dal sole.

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La vitamina D avrebbe un’azione di prevenzione del declino cognitivo. Secondo uno studio della Rutgers University in collaborazione con la University of California-Davis, pubblicata sul Journal of the American Medical Association (Jama)-Neurology, gli anziani con carenze di vitamina D sperimentano un declino cognitivo più rapido nel tempo rispetto a quelli con livelli adeguati.

La ricerca è stata condotta tra il 2002 e il 2010. Le persone coinvolte, 382 di età compresa tra i 60 e i 90 anni con funzioni cognitive normali, perdita cognitiva lieve e demenza, sono state valutate sia per i livelli di vitamina D che per le capacità cognitive una volta all’anno per una media di cinque anni.

Dai risultati è emerso, che indipendentemente da etnia e razza, che possono avere un’influenza in quanto ad esempio le persone con la pelle più scura sono più soggette ad avere bassi livelli di vitamina D perché la melanina blocca i raggi Uv che permettono alla pelle di sintetizzarla, la vitamina D è stata associata con un declino cognitivo più rapido.

“Ci sono state persone con bassi livelli di vitamina D che non sperimentavano declino cognitivo, mentre altre che presentavano livelli adeguati hanno avuto un declino rapido – spiega Joshua Miller, autore della ricerca – ma in media, coloro che avevano bassi livelli di vitamina D hanno un avuto un declino da due a tre volte più veloce”.

Anche se prendere troppa vitamina D può essere pericoloso, Miller spiega che questi risultati suggeriscono che le persone oltre i 60 anni dovrebbero consultare il proprio medico per valutare se prendere degli integratori.